Trovati 858432 documenti.
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Attila. Roma e i popoli dell'Eurasia
Pelago, 30/09/2023
Abstract: Gli Unni, più che un'etnia compatta e omogenea, unita da una storia e un'ascendenza comune, erano un'aggregazione instabile di gruppi il cui elemento di coesione era costituito da un capo e da un comitato dei guerrieri più fedeli. Assunsero uno stile di vita relativamente sedentario e si trasformarono in un'efficiente macchina da guerra finalizzata a estorcere risorse ai loro vicini, fossero altri gruppi di barbari o l'impero romano. Dalla fine del IV secolo, divennero una presenza stabile del sistema di relazioni politiche, militari, culturali ed economiche con l'impero romano, mostrando qualità morali e militari delle quali non sempre i Romani davano prova. Nel 451 il loro re Attila decise di fare guerra all'Occidente, muovendo contro la Gallia. Qui il suo esercito si scontrò ai campi Catalaunici con quello romano-gotico di Teodorico ed Ezio, e quest'ultimo vinse di misura. Attila si diresse allora verso l'Italia dove, dopo aver devastato il Nordest fino a Milano, incontrò papa Leone I e rinunciò a saccheggiare Roma e Ravenna. In realtà aveva raggiunto il suo scopo: dimostrare all'imperatore d'Occidente la vulnerabilità dell'Italia e indurlo a non sottrarsi ai donativi. Morì nel 453 e, pochi anni più tardi, l'impero unno si disgregò per sempre.
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Costantino I. La fondazione di Costantinopoli
Pelago, 30/09/2023
Abstract: Quando Costantino salì al potere come Augusto di Occidente, la tetrarchia esisteva ancora, ma si trovava in profonda crisi, in una vera e propria guerra civile tra gli Augusti, i Cesari e i pretendenti alle successioni, finché, con le vittorie su Massenzio e su Licinio, divenne imperatore unico. Proprio in quest'ultimo periodo abbracciò la fede cristiana, anche se si discute ancora sulla sua conversione al cristianesimo e sulla natura di essa, cioè se fosse dettata da un convincimento religioso o da un motivo di opportunismo politico. Con l'Editto di Milano il cristianesimo era stato già equiparato ai culti pagani sul piano del riconoscimento dei diritti civili; con Costantino si ebbe una decisa svolta nella storia dell'impero romano, della Chiesa cristiana, del cristianesimo e della società medievale e moderna che ne sono scaturite.Tutto ciò mentre a partire dalla seconda metà del III secolo, gli imperatori avevano preferito trasferirsi in capitali amministrative magari provvisorie, più vicine ai confini. Costantino, pur ristabilendo il principio dell'unicità della persona dell'imperatore, dovette prendere atto che l'asse dell'impero era ormai spostato decisamente a oriente: e per questo fondò Costantinopoli. La città si proponeva inequivocabilmente come capitale della pars Orientis, mentre Roma – pur mantenendo intatto il suo prestigio metastorico di caput mundi, era messa in secondo piano rispetto a città come Milano o Ravenna. Costantinopoli era avviata a essere la capitale unica della romanità, cosa che sarebbe stata poi sancita dalla definitiva archiviazione dell'impero di Occidente.
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Galla Placidia. E gli imperatori di Oriente
Pelago, 30/09/2023
Abstract: Figlia di un imperatore (Teodosio), nipote di tre, sorella di due, moglie di un re e di un imperatore, madre di un imperatore e zia di un altro ancora, nonché regina e imperatrice, di fatto e poi di nome, da giovanissima Galla Placidia fu fatta prigioniera dai Visigoti durante il sacco di Roma e ne sposò il re Ataulph. Morto questi, tornò in Italia e sposò l'imperatore Costanzo, mantenendo però forti legami con il popolo germanico di cui aveva fatto parte. Rimasta nuovamente vedova, resse l'impero d'Occidente in nome del figlioletto Valentiniano III, e solo dopo molte complesse vicende ottenne il riconoscimento del suo ruolo dall'imperatore d'Oriente, suo nipote Teodosio II. Riuscì a ingraziarsi il papa, la cui investitura la consacrò guida morale dell'Occidente e fece in modo che Roma tornasse a essere il baricentro di questo impero. Compì importanti riforme giuridiche e tolse alla figura dell'imperatore il privilegio di sottostare soltanto alle leggi divine. Morì a sessantadue anni, e con lei sfumò il sogno della rinascita dell'Occidente.
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Alarico. I barbari, da nemici ad alleati
Pelago, 30/09/2023
Abstract: Fin dal II secolo d.C. i barbari avevano iniziato a premere sui confini dell'impero romano, nel quadro delle loro migrazioni dall'Europa orientale, e i Goti furono i protagonisti della "migrazione" più ampia e significativa. Alla fine del IV secolo i Romani compresero che, più che combatterli, sarebbe stato utile stringere con loro patti di alleanza, usandoli come baluardo contro altre tribù. Il re dei Visigoti Alarico entrò così, insieme ai suoi, al servizio dell'impero e sfruttò abilmente per i suoi scopi le divisioni tra la pars Occidentis e la pars Orientis, sia con le armi sia con la diplomazia ricattatoria che prevedeva elevati compensi per rinunciare a ulteriori invasioni. Il suo obiettivo finale era ambizioso: entrare nel gruppo dirigente dell'esercito romano per assumere incarichi prestigiosi e – forse – candidarsi al trono imperiale. Le cose non andarono in questo modo, perciò Alarico si vide costretto a invadere l'Italia, passando dalle minacce e dai ricatti alle devastazioni, proprio mentre le forze militari romane erano costrette a fronteggiare nuove invasioni barbariche in altri confini dell'impero. La campagna durò dieci anni con alterne vicende, finché nel 410 il re visigoto sferrò l'attacco decisivo al cuore dell'impero: Roma. La città fu saccheggiata per tre giorni, anche se Alarico alternò ferocia e momenti di clemenza, ma il trauma psicologico per l'impero fu di estrema gravità. Lasciata Roma, Alarico si spostò a sud, ma morì presso Cosenza. Il suo popolo si pacificò con l'impero, che non aveva alcuna intenzione di combattere, e ottenne comunque il riconoscimento imperiale per il suo insediamento nella Gallia meridionale e nella penisola iberica.
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Romolo Augusto. La fine dell'impero
Pelago, 30/09/2023
Abstract: Già con il visigoto Ataulfo si era creato, nel 418, il primo regno romano-barbarico indipendente entro il territorio imperiale. A favorire processi di integrazione tra Romani e barbari c'era anche una condivisione di spazi produttivi coattivamente stabilita dal governo romano in segno di ricompensa per il contributo militare dei barbari. Dopo il secondo sacco di Roma del V secolo (455) da parte dei Vandali, si succedettero imperatori dal brevissimo regno ed effimero potere, che si concentrò nella persona del generale Ricimero, il vero kingmaker del periodo. Finché l'ultimo uomo forte sul trono, l'usurpatore Flavio Oreste, tentò la via della legittimazione familiare e assegnò la porpora imperiale al figlio quattordicenne Romolo Augusto, detto, per la giovane età, "Augustolo". Il regno di questi durò dieci mesi: a porvi termine fu il re degli Eruli Odoacre, che nel 476 lo depose. Così finì l'impero romano di Occidente, in seguito a una moltitudine di cause che ancora oggi fanno discutere gli storici: motivi economici e fiscali, religiosi (cristianesimo) e politico-militari (strapotere dei barbari con la complicità degli imperatori d'Oriente).
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Giustiniano. Il sogno di un impero riunificato
Pelago, 30/09/2023
Abstract: Di umili origini, salito al trono come successore dello zio, Giustiniano completò l'opera del fondatore di Costantinopoli, l'imperatore Costantino, facendo di questa città il crocevia del mondo e la capitale di una civiltà, quella bizantina, che sarebbe durata per quasi un millennio fino al saccheggio crociato del 1204 e poi alla conquista ottomana. Insieme alla moglie Teodora, l'arricchì di capolavori dell'arte classica, di templi e monumenti. Il suo lascito più grande è nel famoso Corpus iuris civilis, la raccolta di testi di diritto romano nella quale l'imperatore dettò le sue nuove leggi, preoccupandosi però di armonizzarle coerentemente con quelle antiche. Perseguì con tenacia l'uniformità religiosa, proibendo non soltanto il culto, ma qualunque manifestazione di credenza pagana o non conformista al cristianesimo bizantino, compresa la millenaria scuola filosofica di Atene, che fece chiudere per sempre. Spese immense energie per cercare di riconquistare la pars Occidentis dell'impero, in mano ai regni barbarici, così come l'ex Africa romana, altrettanto barbarizzata. La guerra impegnò il suo esercito per diciotto anni, concentrandosi alla fine sull'Italia e su quella Roma che da tempo aveva perso lo status di capitale. Riuscì a strapparla al re ostrogoto Totila ma, pur avendo recuperato il simbolo più glorioso del lontano passato, non riuscì a consolidare le sue conquiste. Le continue campagne militari, accompagnate da una grave pestilenza, avevano intanto devastato larga parte della Penisola. La tentata riunificazione dell'impero rappresentò così uno spartiacque demografico e l'avvio di una ancor più decisa ruralizzazione per la pars Occidentis, sempre più spopolata.
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I regni romano-barbarici. L'Italia entra nel Medioevo
Pelago, 30/09/2023
Abstract: All'indomani della caduta dell'impero di Occidente sarebbe iniziato un lungo periodo di instabilità per i suoi territori. L'Italia passò di mano più volte, con una successione di regni romano-barbarici. Nel 493 l'erulo Odoacre, che aveva deposto l'ultimo imperatore, fu vinto e ucciso a Ravenna da Teodorico, re degli Ostrogoti, sotto il quale il regno d'Italia sarebbe divenuto la principale potenza territoriale d'Europa. Dopo l'effimero tentativo di Giustiniano di ridare unità all'impero, fu la volta dei Longobardi, che stabilirono un duro dominio esteso all'Italia a nord del Po, alla Toscana e ad alcune ristrette aree del Centro (ducato di Spoleto) e del Sud (ducato di Benevento). Si deve a questo popolo germanico la definitiva subordinazione religiosa del regno al papato romano: nel 728 il sovrano longobardo Liutprando donava al pontefice il castello di Sutri, nel Lazio, facendo nascere il Patrimonium Petri, primo nucleo del potere temporale della Chiesa romana, che avrebbe segnato la storia europea dei successivi mille anni. Intanto, un altro popolo di origine germanica, i Franchi, si era impadronito di tutta la Gallia, e a est dei territori fino al Reno. Con l'avvento al trono di Carlo Magno si ebbe un nuovo cambio di scenario: il re franco conquistò il resto dell'Europa centro-occidentale, Italia compresa, e dette vita a un impero continentale, unificato anche per leggi e moneta, che si poneva al livello dei grandi imperi del passato ma conteneva numerosi elementi di modernità. Il suo regno coincise con un generale risveglio della cultura in tutto l'Occidente: l'elemento "barbarico" dei secoli precedenti era definitivamente concluso.
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Pelago, 20/01/2024
Abstract: Quella delle Termopili non fu una battaglia chiave della Seconda guerra persiana; servì soltanto a ritardare la discesa dell'esercito di Serse in Grecia. Eppure è rimasta nei secoli, e oggi ancora di più, uno degli scontri leggendari della storia. Il sacrificio dei Trecento di Leonida – cui andrebbe aggiunto in onore al merito anche quello di duemila alleati greci – è stato narrato in tutte le possibili forme: dall'antica annalistica alla saggistica, dalla pittura ai film, ai fumetti. È diventato il simbolo del coraggio estremo, dell'obbedienza assoluta alle leggi dello Stato, dell'abnegazione per resistere alla violenza dell'"altro", il "barbaro", il nemico della civiltà. Lo scontro delle Termopili ha anche messo in luce il valore degli Spartani in un momento in cui solo alcune città-Stato greche erano propense a combattere gli invasori persiani, mentre altre erano più inclini ad accettare il loro dominio. E la sua lezione finale è che non conta il risultato, ma come ci si è comportati.
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Pelago, 20/01/2024
Abstract: Waterloo fu l'ultima grande battaglia europea prima del conflitto franco-prussiano del 1870. Napoleone rimase sconfitto in uno scontro che in partenza riteneva già vinto, perché sottovalutò colpevolmente le capacità dei comandanti nemici, e in particolare di Wellington, anche se fu l'armata prussiana alleata con gli inglesi a risultare decisiva. Per Bonaparte rappresentò una disfatta definitiva e senza appello, "una Waterloo" come si sarebbe poi detto. Ma anche se le sorti della battaglia fossero state diverse, Napoleone non avrebbe più avuto alcuna possibilità di successo, poiché non c'erano più le condizioni politiche per proseguire la sua avventura. La sua epoca era finita un anno prima, nel 1814, quando i popoli di tutta Europa, animati dal sentimento nazionale e dalla nuova spiritualità romantica, si erano sollevati contro il predominio francese e contro il suo autoritarismo.La battaglia di Waterloo fu quindi il sigillo militare di una sconfitta politica, anche per questo destinata a rappresentare uno scontro epico ripreso e tramandato dall'arte e dalla letteratura, che contribuirono in modo decisivo ad affermare un mito rimasto vivo fino ai nostri giorni.
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Pelago, 20/01/2024
Abstract: Nelle acque di Lepanto si svolse un evento bellico che è stato, per numero di uomini e mezzi coinvolti, il più grandioso del Cinquecento. La battaglia sancì il ribaltamento degli equilibri intraeuropei facendo venire meno la supremazia dell'impero ottomano nel Mediterraneo. Per i cristiani della Lega Santa segnò la fine di un reale complesso d'inferiorità, facendo infrangere l'incanto della potenza turca, della perfezione delle sue istituzioni politiche e militari di fronte a un Occidente diviso e disomogeneo. Ebbe un grande impatto emotivo e propagandistico, ma se fermò l'occupazione turca del Mediterraneo – che teoricamente avrebbe potuto dilagare ancora di più –, non assicurò la supremazia occidentale delle sue acque. E, paradossalmente, la vera vincitrice dello scontro, Venezia, non avrebbe più riconquistato lo splendore passato, in un quadro geopolitico che diventava sempre più globale.
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Pelago, 20/01/2024
Abstract: Il 6 giugno 1944 prese il via l'attacco degli Alleati angloamericani alle spiagge della Normandia, primo atto dell'operazione Overlord per liberare la Festung Europa (Fortezza Europa) dall'occupazione tedesca. Nel D-Day, il giorno dell'invasione, oltre 150.000 uomini, 20.000 veicoli, 5000 navi e imbarcazioni di ogni tipo raggiunsero la costa francese: un incubo logistico e un azzardo militare, ma anche la sola via possibile verso la vittoria in Europa.Immaginata già nel 1942, l'operazione Overlord ebbe una preparazione lunga e complicata, ma raggiunse il successo anche grazie a una strategia di disinformazione che fece credere ai tedeschi che lo sbarco sarebbe avvenuto ben più a est, a Calais. Presa in contropiede, la Wehrmacht poté opporre un contrattacco ben inferiore alle necessità. Il costo per gli Alleati fu altissimo: nel solo D-Day persero la vita oltre 10.000 uomini, ma nel giro di un mese gli angloamericani avevano ormai consolidato le proprie posizioni in Normandia, e la guerra per i tedeschi era di fatto perduta.
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Pelago, 20/01/2024
Abstract: A Stalingrado si combatté una battaglia di oltre cinque mesi segnata da feroci combattimenti ravvicinati e assalti diretti ai civili nei raid aerei, nonché con la guerriglia urbana: la più mortale che abbia avuto luogo durante la Seconda guerra mondiale. Furono più di due milioni i militari morti o feriti, e centomila i civili uccisi, nella lotta per conquistare o difendere una città che sembrava troppo orientale per avere un'importanza strategica nelle vicende della guerra in Europa. Invece, per i sovietici si trattò di una vittoria fondamentale e di uno spartiacque per il prosieguo della guerra: politicamente e ideologicamente rappresentò un colpo significativo al regime di Hitler, alla sua credibilità e alla sua forza nei confronti sia della popolazione sia dell'intero apparato militare. Stalingrado arrestò l'avanzata della Wehrmacht in Russia, che minacciava direttamente la capitale, e per l'Urss segnò l'inizio della controffensiva, dopo un anno e mezzo in cui aveva subìto cocenti sconfitte, che nel 1945 avrebbe portato l'Armata Rossa a conquistare Berlino sancendo la fine di Hitler e del nazismo.
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Pelago, 20/01/2024
Abstract: Nell'ottobre del 1805, la vittoria di Bonaparte a Ulm aveva già mostrato lo sfaldamento del piano strategico della Terza coalizione antinapoleonica governata da Sacro Romano Impero, Inghilterra e Russia. Un mese dopo, l'imperatore francese conquistò il cuore dell'impero asburgico, Vienna, e poi si spostò ancora più a Est, cercando al più presto uno scontro definitivo con i nemici, che avvenne ad Austerlitz. Qui, lasciando supporre alla coalizione che i francesi stessero per ritirarsi, convinti della loro debolezza a causa della lontananza dei rifornimenti, Napoleone aveva indotto austriaci e russi a credere di poter vincere "in casa" un combattimento decisivo. Al contrario, Bonaparte, ingannando gli avversari sulle sue mosse, attuò una manovra avvolgente, che evitò lo scontro al centro degli schieramenti per sorprendere il nemico là dove, soprattutto sulle ali, la superiorità complessiva dell'avversario poteva trasformarsi in una provvisoria inferiorità. Austerlitz diventò così il modello della battaglia strategicamente perfetta, quella vinta ancor prima di essere combattuta, perché le condizioni di svolgimento – e dunque di esito – erano state stabilite in anticipo dal vincitore. Alla disfatta della Terza coalizione seguì la pace di Presburgo, che attribuì a Napoleone e ai suoi alleati territori austriaci e italiani: fu l'evento più significativo della vittoria di Austerlitz sul piano della lunga durata storica, cioè la fine del Sacro Romano Impero germanico.
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Pelago, 01/03/2024
Abstract: Il sorgere della formidabile potenza turca, sul finire del Medioevo, sconvolse ogni equilibrio nel bacino del Mediterraneo. Quando gli ottomani iniziarono a espandersi in Europa, singoli Stati e intere leghe non ebbero le forze necessarie se non ad arginarli temporaneamente. Nel 1682 i turchi avviarono una nuova campagna militare nell'area balcano-danubiana, fino ad arrivare a Vienna. Intanto gli Asburgo riuscirono finalmente a siglare un'alleanza militare con la Polonia, grazie all'intervento del papato. Il 14 luglio Vienna era assediata. A settembre, la popolazione era allo stremo: macerie e cadaveri erano disseminati per le strade e le infezioni dilagavano. Dopo aver respinto decine di assalti turchi, solo un terzo della guarnigione viennese originariamente composta da 11.500 uomini era rimasto in grado di combattere, con le munizioni quasi esaurite. Finalmente giunse l'esercito cristiano, guidato dal re polacco Jan Sobieski, che dalle colline intorno a Vienna piombò sull'accampamento ottomano. Nel pomeriggio, anche grazie all'intervento della cavalleria polacca, i turchi furono massacrati e i superstiti erano ormai in fuga. Nella sola battaglia morirono circa 2000 cristiani e 15.000 ottomani. Il comandante turco Kara Mustafa sopravvisse, ma durante la fuga fu giustiziato dai suoi. La battaglia fu il cosiddetto "principio della fine" del sultanato ottomano, che rinunciò all'invasione dell'Europa occidentale, e l'Austria iniziò a imporsi come nazione egemone sul suolo europeo.
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Pelago, 01/03/2024
Abstract: Sul fronte più insidioso e difficile della guerra, duemila chilometri di sabbie del Nordafrica, costellato da continui scontri tra l'Asse e gli Alleati, fra il luglio e il novembre del 1942 si svolsero le tre battaglie di el-Alamein, l'ultima delle quali risultò decisiva. Furono combattimenti sanguinosi, fra scontri diretti di fanteria, carri armati e mine, in condizioni climatiche proibitive, disorientamenti logistici, informazioni frammentarie. Male equipaggiati rispetto agli alleati tedeschi e al nemico, non pochi italiani diedero il meglio di sé malgrado la disillusione sulle sorti della guerra e della campagna d'Africa in particolare, vendendo cara la pelle. Furono comunque le truppe e i sottufficiali (anche tra i nemici) a tenere in mano la battaglia, cercando di superare le difficoltà di comunicazione e le incertezze dei vertici militari.Per l'Asse, la battaglia di el-Alamein segnò la ritirata dall'intera Libia, mentre l'offensiva delle forze inglesi marcianti da est si univa con l'avanzata da ovest di quelle statunitensi, nel frattempo sbarcate in Marocco e avanzanti attraverso l'Algeria e la Tunisia: il punto di partenza per l'invasione alleata della Sicilia. El-Alamein fu un punto nodale per l'intero conflitto, ma anche per la situazione politica italiana: il fascismo espose tutte le proprie debolezze militari e politiche, mentre il supporto al regime da parte della popolazione iniziò a sgretolarsi definitivamente.
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Pelago, 01/03/2024
Abstract: Nell'aprile del 1945 l'esito della Seconda guerra mondiale era largamente deciso. In Europa, fronte che gli Alleati consideravano il principale, dopo il suicidio di Hitler la Germania firmò la resa. I successi sul fronte del Pacifico e il grande bombardamento di Tokyo consentirono agli Alleati di avviare un'ulteriore avanzata verso il cuore del Giappone, vale a dire l'inizio dell'occupazione del suo territorio. Fu scelta l'isola di Okinawa, a sud delle tre principali della nazione nipponica. Già nel 1944 erano state compiute le prime operazioni militari con un bombardamento degli aeroporti, e pianificata l'invasione, che ebbe inizio il 1° aprile con lo sbarco di 210.000 soldati, il doppio delle forze nemiche. Doveva essere una conquista facile, invece si rivelò durissima. La resistenza dei giapponesi fu estrema, anche con tecniche inusuali (l'uso di grotte e di altri nascondigli) e l'impiego di 4600 kamikaze. L'occupazione si completò dopo 82 giorni di feroci combattimenti, che lasciarono sul campo 12.500 soldati alleati morti o dispersi, 80.000 giapponesi e oltre 100.000 civili. I nipponici dimostrarono che per strappare al loro controllo un qualsiasi tratto di territorio gli statunitensi avrebbero dovuto pagare un prezzo elevatissimo in termini di vite umane. Ciò fece abbandonare il programma di conquistare l'intero Giappone armi alla mano. A sua disposizione, il presidente degli Stati Uniti Truman aveva però una nuova arma, dalla potenza immensa: la bomba atomica.
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Pelago, 01/03/2024
Abstract: Con la prima crociata, nel 1099, Gerusalemme fu restituita alla cristianità. Da qui la presenza degli europei nel Vicino Oriente si estese fino a occupare tutti i luoghi santi e i territori della costa, dal sud dell'attuale Turchia fino al Sinai. Ma nella seconda metà del XII secolo lotte intestine e il fallimento della seconda crociata acuirono i disordini e gli intrighi di palazzo. Nel frattempo, il condottiero e sultano musulmano Saladino divenne signore incontrastato della regione mediorientale, dall'Egitto alla Siria, radunando armate di fedeli richiamate dalle sue vittorie. La Terrasanta era ormai accerchiata. Iniziò l'invasione musulmana, con la conquista della città di Tiberiade, cui fece seguito uno scontro campale nella vicina località di Hattin. Saladino ne uscì vincitore non tanto per la superiorità numerica, quando per la scelta del terreno e per essere riuscito a deprivare di acqua le armate cristiane mettendole in condizioni critiche. La sconfitta di Hattin non rappresentò soltanto una gravissima disfatta dal punto di vista militare, ma si rivelò un errore strategico fatale per le sorti dell'intera Terrasanta latina: avendo concentrato lì quasi tutte le truppe cristiane, i difensori a disposizione del regno di Gerusalemme furono ridotti ai minimi termini. L'obiettivo principale delle truppe guidate da Saladino era Gerusalemme, che fu conquistata meno di tre mesi dopo. Ciò permise a Saladino di cancellare in un solo colpo più di ottant'anni di lotte accanite e sanguinose da parte delle armate cristiane, e il regno di Gerusalemme si ridusse a pochi territori. Un secolo dopo, la caduta di Acri pose fine all'era degli Stati crociati.
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Pelago, 01/03/2024
Abstract: Quando Enrico V d'Inghilterra sbarcò in Normandia col suo esercito, il 14 agosto 1415, la lotta senza fine della Guerra dei cent'anni, scatenata quasi un secolo prima dal regno britannico per rivendicare il possesso della Francia, giunse al culmine. Gli scontri iniziarono con l'assedio vittorioso del porto di Harfleur, che però decimò il contingente inglese a causa di diserzioni e malattie, cui fece seguito una lunga marcia nell'entroterra. Le truppe britanniche erano seguite quasi a vista dai francesi finché, la sera del 24 ottobre, giunte presso Azincourt nella regione di Calais, si trovarono davanti ai nemici in assetto di combattimento. Il mattino dopo, approfittando dell'inerzia francese a organizzare le truppe, Enrico attaccò con il determinante impiego degli arcieri contro la cavalleria francese. Ma un aiuto decisivo giunse dal terreno: le piogge avevano trasformato la piana di Azincourt in una palude di fango. Cavalli e cavalieri francesi rimasero immobilizzati nella melma, mentre gli arcieri prima e i lancieri britannici poi riuscirono ad annientarli. Alla fine della battaglia, i francesi lasciarono sul terreno circa 6000 morti, dieci volte di più rispetto a quelli inglesi. Azincourt non fu una vittoria "classica" né un elemento decisivo nell'iter della Guerra dei cent'anni; è rimasta però nella pubblicistica inglese, sull'onda della lettura in chiave di "mito d'origine" dovuta a Shakespeare nell' Enrico V, come un episodio cardine della storia inglese.
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Pelago, 01/03/2024
Abstract: Nella notte fra il 30 e il 31 gennaio 1968, il capodanno vietnamita Têt, più di 80.000 soldati comunisti, un misto di regolari dell'esercito nordvietnamita e di guerriglieri vietcong, dettero inizio a un attacco coordinato in tutto il Vietnam del Sud. L'offensiva del Têt si sviluppò per l'intero mese di febbraio con una violenza senza precedenti. L'obiettivo era disarticolare l'apparato difensivo di sudvietnamiti e americani, e lanciare un'insurrezione popolare nel Sud che avrebbe dovuto appoggiare gli invasori. La capitale Saigon fu subito assaltata, ma l'intervento americano impedì la presa della città. Andò diversamente a Hue, la capitale storica del Vietnam, dove gli americani condussero un'aspra battaglia urbana, casa per casa.Gli scontri nel Paese si conclusero alla fine di marzo. Da un punto di vista puramente militare, il Têt fu un successo degli Stati Uniti e del Vietnam del Sud, che respinsero l'attacco e causarono enormi perdite al nemico, circa 40-50.000 uomini. Tuttavia, l'impatto mediatico dell'operazione e in particolare dell'assalto all'ambasciata americana di Saigon, seppur militarmente irrilevante, causò un forte malcontento negli Stati Uniti e portò la popolazione non solo a insistere per il ritiro delle truppe, ma anche a perdere completamente fiducia nei confronti del governo e dei militari, i quali da tempo raccontavano che stavano vincendo la guerra. Il presidente Johnson non si ricandidò, e a novembre entrò alla Casa Bianca Richard Nixon il quale, pur essendo sempre stato un sostenitore della guerra, dette inizio al ritiro delle truppe.
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Pelago, 01/03/2024
Abstract: Nel 1805 Napoleone Bonaparte continuava ad avere in mente, una volta assicuratosi il potere totale sull'Europa continentale, di tentare l'invasione dell'Inghilterra. Per fare ciò doveva concentrare la sua flotta sulla Manica. Gli inglesi sapevano di non poter contare solo sui blocchi navali, visto che la Francia aveva già il dominio sul Mediterraneo occidentale: occorreva un'azione di forza, che solo il comandante della flotta mediterranea inglese, Horatio Nelson, avrebbe potuto condurre, assicurando alla sua patria un risultato decisivo. Il viceammiraglio britannico avviò così una caccia di mesi alla flotta francese, nel Mediterraneo e poi nell'Atlantico, finché non scoprì che questa, cui si erano aggiunte navi spagnole, si trovava a Cadice. La intercettò nelle acque del vicino Capo Trafalgar e mise in atto una strategia tanto fuori dagli schemi quanto rischiosa, nonostante l'inferiorità numerica delle sue imbarcazioni: dispose le navi in due file parallele puntando decisamente, come la gamba di una "T", sul centro della flotta franco-spagnola che procedeva in fila indiana. Ne scaturì una lotta ravvicinata che non aveva precedenti nelle battaglie navali, nella quale i nemici furono sopraffatti, perdendo 21 vascelli su 33. Nelson non poté gioire della vittoria: a bordo della sua Victory, nel pieno della battaglia, fu ucciso da un colpo di moschetto. Ma aveva compiuto la sua missione: aveva debellato per sempre la flotta napoleonica e assicurato all'Inghilterra il titolo di maggiore potenza navale del mondo.