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C'era una volta il cinema. I miei film, la mia vita
Il Saggiatore, 22/11/2018
Abstract: Due occhi di ghiaccio, un poncho sulle spalle, il mozzicone di un sigaro stretto nel ghigno da pistolero.uel sigaro appartiene a un uomo troppo svelto a sparare, un uomo senza nome la cui mira non conosce perdono. Ad annunciarlo, mentre si avvicina al galoppo al villaggio di San Miguel, è un fischio malinconico che sembra provenire dalla gola del tempo, dai decenni sepolti nella polvere rossastra del West.Quell'uomo spietato è l'eroe di una nuova epica, fatta di sangue e piombo, di carne, cavalli e dinamite. È la Trilogia del dollaro, canto per fucile e macchina da presa, odissea di cacciatori di taglie che ha riscritto il genere western con la lingua di Kurosawa e Céline: film costruiti con gesti ieratici, con tempi dilatati pronti a esplodere in parossismi di violenza, con un ordito di sguardi interminabili, spari improvvisi, dialoghi scarnifi cati le cui battute si dischiudono in formidabili aforismi. Il regista si chiama Sergio Leone.C'era una volta il cinema – frutto di quindici anni di dialogo ininterrotto con Noël Simsolo tra Parigi, Cannes e Roma – è il testo cui Leone ha affi dato il racconto della propria vita e di tutti i film che ha girato. I fotogrammi dei suoi ricordi portano impressi il cappello di Clint Eastwood e la barba mal rasata di Gian Maria Volonté, le melodie di Ennio Morricone, lo sguardo di Claudia Cardinale e il sorriso offuscato di Robert De Niro, gli incontri con Pier Paolo Pasolini, Klaus Kinski e Orson Welles.Leggere questo memoir-intervista, finora inedito in Italia, è come ritrovare in una vecchia cassetta una voce che si credeva smarrita. Una voce acuta, divertita, ferocemente anticonvenzionale, che fra un aneddoto di vita sul set e una riflessione sul cinema finisce per rivelare i segreti di un regista che ha saputo trasformare gli anni del proibizionismo nel romanzo struggente delle amicizie tradite, delle vendette e degli amori perduti. E che, nell'oblio di una fumeria d'oppio come sulle carrozze di un treno a vapore, ha dipinto l'immagine del tempo mentre fugge via.
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Edizioni e/o, 08/08/2012
Abstract: Questo romanzo è la storia di un'amicizia. Un'amicizia cresciuta sotto il segno della poesia ma anche del comune gusto per lo scherzo la provocazione lo scandalo. Un'amicizia sicuramente stimolata dal periodo rivoluzionario in cui fu vissuta uno di quei brevi e magici momenti storici nei quali tutto diviene possibile: le atrocità e le sofferenze più grandi certo ma anche le più esaltanti imprese della fantasia i più arditi voli del pensiero e dei sentimenti. Sergej Esenin e Anatolij Mariengof si conobbero a Mosca nel fatidico anno 1917 e la loro amicizia durò tra alti e bassi fino al 27 gennaio 1925 giorno in cui Esenin si tolse la vita. A Esenin si sa il destino concesse una fama straordinaria in vita e in morte: la leggenda delle sue gesta da "teppista" "chuligan" poeta capace di mandare in visibilio le folle dei suoi ascoltatori dura ancora oggi e la sua tomba a Mosca è ancora adesso ricoperta di fiori. Mariengof racconta "senza bugie" la giovane vita dell'amico bruciata in un breve e intenso spazio di tempo la ricerca furiosa del successo la fame e il freddo gli entusiasmi per la vita nuova e le prime delusioni al cospetto della gelida realtà burocratica l'impossibile storia d'amore tra Esenin e Isadora Duncan la lenta terribile fine del poeta come l'inutile corsa di un puledro che gareggia con una locomotiva un "cavallo d'acciaio" sullo sfondo delle pianure asiatiche: una delle tante immagini di cui vive la poesia di questo libro.