Trovati 9 documenti.
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Levi Strauss: struttura e storia
Torino : Einaudi, 1977
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Editori Laterza, 10/10/2025
Abstract: L'identità non è un dato fisso, tanto meno frutto di rivelazioni: essa è costruita o inventata. Eppure, si dice che non se ne può fare a meno. Ma se l'identità fosse anche avvertita come un'esigenza irrinunciabile, senza dubbio di 'sola' identità si muore.Che strano destino quello dell'identità. Essa nasce come parola molto esclusiva: all'inizio era concetto attribuito soltanto all'Essere, quindi a qualcosa di divino, del tutto irreperibile in natura e presso gli umani. Oggi l'identità si è trasformata in una nozione storica, psicologica, sociologica, presente in una molteplicità indescrivibile di contesti sociali. E in assenza di una definizione preventiva, di un accordo semantico, l'identità sembra essere ormai un guscio lessicale vuoto, e proprio per questo applicabile in maniera disinvolta e spregiudicata. Eppure, anche i gusci vuoti trasmettono qualcosa: minuscole gocce di significato rilasciate inconsapevolmente durante l'uso. Si è così insinuata l'idea che in noi ci sia qualcosa di talmente peculiare e nostro da non poter essere condiviso con altri: non importa che si tratti di una sostanza materiale o spirituale, biologica o culturale; ciò che importa è che quella sostanza sia riconosciuta, protetta, difesa. Attraverso un caso etnografico estremo – il cannibalismo dei Tupinamba –, Francesco Remotti traccia la strada per portarci oltre l'identità, dimostrando come identità e alterità possano congiungersi e trasformarsi. Così da tagliare alla radice una concezione dell'identità generatrice di esclusione e di intolleranza.
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UTET, 13/10/2020
Abstract: Non è solo il coronavirus a prendere d'assedio le società umane: ci sono anche gli sconvolgimenti ambientali che il nostro "progresso" ha provocato. Gli antropologi Marco Aime, Adriano Favole e Francesco Remotti offrono il loro contributo critico per trovare vie d'uscite alla crisi attuale. Il lockdown è stato una forzata, lunga pausa, in cui per legge sono state sospese attività produttive, incontri sociali, manifestazioni culturali. "Sospendere" non è di certo un'idea estranea alle società umane: per esempio, la vediamo teorizzata dagli scettici del mondo antico in contatto con l'India, applicata nella cultura ebraica, praticata dai BaNande del Congo. La differenza è però notevole tra le sospensioni programmate, il cui scopo è di arrestare periodicamente le più importanti attività economiche, obbligando le società a ripartire da zero, e il nostro recente lockdown, un'esperienza straniante e inattesa, del tutto estranea al nostro modo di pensare. Una parentesi che si vorrebbe chiudere definitivamente per riprendere il cammino interrotto, quel "progresso infinito" con cui la civiltà occidentale ha voluto segnare la sua storia e la sua presenza nel mondo. In questa situazione, che cos'ha da offrire il pensiero antropologico? Deve salire sul carro del progresso o, al contrario, lavorare "contro" l'accecamento prodotto da questo mito? L'antropologia si fa portatrice di testimonianze spesso lontane nel tempo e nello spazio, in grado di mettere in luce le "vie di fuga" tracciate da ogni cultura, le sospensioni, anche traumatiche, con cui si pongono domande cruciali sul presente e sul futuro. Non è vero che le società da noi definite "tradizionali" e "premoderne" abbiano lo sguardo rivolto soltanto al passato: al contrario, non è raro trovare al loro interno un confronto esplicito tra generazioni allo scopo di garantire ai giovani un futuro vivibile. Dall'osservazione partecipante del lockdown e dalle riflessioni sulla "cultura dell'Antropocene" in cui siamo invischiati, emerge drammaticamente il "furto di futuro", l'impressionante debito economico ed ecologico che gettiamo sulle spalle delle nuove generazioni. Come venirne fuori, se non ideando un altro modo di vivere, una rivoluzione che abbia come obiettivo quello di rifondare la convivenza tra noi e gli altri abitanti della Terra, tra noi e la natura?
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Laterza, 16/04/2011
Abstract: In modo diretto, concreto e sorprendente, Francesco Remotti conduce il lettore nel complesso e ricco mondo dell'antropologia attraverso i grandi continenti, dall'Africa all'America e all'Oceania, descrivendo usanze, riti e forme di umanità.
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Laterza, 31/07/2012
Abstract: "Cento pagine divulgative di uno scrittore affascinante e antropologo di qualità, per smontare un valore forte della nostra cultura: la rivendicazione di sé etnica, politica, religiosa, localistica che fissa il confine tra noi e gli altri." Ferdinando Albertazzi, Tuttolibri"Oggi che la psicologia e la psicoanalisi ci hanno resi avvertiti della natura plurale dellIo e dunque del carattere problematico della sua identità, è urgente che anche al livello del noi dei gruppi, dei popoli, forse persino della specie umana questa coscienza si imponga e contribuisca a gettare una luce critica sulla nozione stessa di identità. È questa la tesi di Francesco Remotti che documenta con numerosi (e spesso gustosi) richiami a esperienze sul campo i paradossi e le contraddizioni dellidentità." Gianni Vattimo, LEspresso
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Laterza, 02/05/2013
Abstract: La specie umana non è l'unica specie culturale. È però la specie più culturale: l'uomo non solo produce cultura, ma è esso stesso un prodotto culturale. Questi sono i presupposti bio-antropologici della teoria dell'antropo-poiesi, cioè della fabbricazione sociale degli esseri umani. Dopo avere distinto un'antropo-poiesi che ci modella in ogni istante, con i gesti minuti della vita quotidiana, e una antropo-poiesi programmata e consapevole, Remotti si sofferma sulla grande varietà degli interventi estetici sul corpo, una ricerca quasi ossessiva della bellezza, persino in contrasto con la funzionalità fisiologica e anatomica dell'organismo umano. Anche in questo modo, l'autore intende sottolineare le implicazioni drammatiche dell'antropo-poiesi: se infatti gli esseri umani sono da un lato condannati a fare umanità, dall'altro i loro modelli sono nulla più che invenzioni culturali, dunque instabili, revocabili, discutibili. Non riconoscere questa precarietà, ovvero presumere di possedere le chiavi risolutive e permanenti dell'antropo-poiesi, ha generato il furor antropo-poietico e con esso le maggiori tragedie.
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Laterza, 01/06/2015
Abstract: In che modo in una cultura diversa dalla nostra si "costruisce" l'essere umano e si "plasmano" le relazioni sociali? Quali sono le istituzioni indigene deputate a "forgiare" l'umanità? Attraverso un viaggio antropologico avvincente fra alcune popolazioni della foresta equatoriale dell'Africa e un dialogo originale con il pensiero occidentale (da Dostoevskij a Nietzsche, da Sofocle ad Hannah Arendt), si indagano i progetti e i tentativi degli indigeni riguardanti la costruzione della società e dell'uomo. Rituali, patti di sangue e società segrete, spesso intrecciati fra loro, si rivelano però strumenti precari e illusori di fronte al fluire della vita e della storia.
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Laterza, 02/02/2017
Abstract: È doveroso richiamare l'attenzione sulle conseguenze pericolose e sui guasti ai quali si va incontro quando a essere rivendicate sono le identità – religiose, etniche o culturali – e le loro pretese di conservazione e purezza. È ciò che fa Remotti in questo libro, mettendo in discussione non solo l'utilità, ma anche la stessa coerenza logica del concetto di identità. Alessandro Cavalli, "L'Indice""Identità è una parola avvelenata. Il veleno contenuto in questa parola così nitida e bella, così fiduciosamente condivisa, di uso pressoché universale, può essere tanto oppure poco, talvolta persino impercettibile e quasi innocuo. Ma anche quando è impercettibile, la tossicità è presente in numerose idee che la parola contiene e, accumulandosi, può manifestarsi alla lunga, in maniera inattesa e imprevista. Perché e in che senso identità è una parola avvelenata? Semplicemente perché promette ciò che non c'è; perché ci illude su ciò che non siamo; perché fa passare per reale ciò che invece è una finzione o, al massimo, un'aspirazione. Diciamo allora che l'identità è un mito, un grande mito del nostro tempo."
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Somiglianze. Una via per la convivenza
Laterza, 07/02/2019
Abstract: Obiettivo del nostro tempo può essere una mera coesistenza?L'identità è divisione, dicotomia. Separa 'noi' dagli 'altri', tagliando alla radice i rapporti di somiglianza. La diversità si trasforma così in alterità, con cui coesistere o (se è minaccia) da eliminare. Ma, prima di ogni divisione, gli 'altri' non sono forse simili a 'noi'? E, dopo ogni divisione, le somiglianze non rispuntano forse con la forza della loro inattesa resilienza? A partire da queste ipotesi, Francesco Remotti si inoltra in una impegnativa ricerca sui fondamenti della convivenza, ritenendo che la somiglianza sia una dimensione prioritaria e irrinunciabile. Dai filosofi dell'antichità a quelli della modernità, da momenti significativi del pensiero scientifico ai modi in cui in altre società sono concepite le persone, ciò che viene fatta emergere è una teoria delle somiglianze, che – prima di ogni divisione – induce a cogliere legami e intrecci non solo tra le cose, ma entro le cose. In questo modo, insieme all'identità, viene meno anche il concetto di individuo. Come già in biologia, al suo posto troviamo il 'condividuo', un soggetto che, oltre a condividere con altri somiglianze e differenze, è esso stesso espressione di una vera e propria simbiosi interna, a partire dalla quale dovrebbe risultare più facile pensare alla convivenza con gli altri.