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Adelphi, 14/07/2016
Abstract: Fra i massimi scrittori di questo secolo Karl Kraus è finora il meno noto, fuori dai paesi germanici, soprattutto per l'enorme difficoltà che pone la lingua di ogni sua opera. Il volume che qui si presenta contiene in traduzione, per la prima volta al mondo, un'ampia scelta da suoi testi fondamentali. Kraus nacque a Jicin, in Boemia, nel 1874, e fin dalla prima infanzia visse a Vienna, dove morì nel 1936. Dopo un brillante inizio come critico ebbe l'offerta di scrivere feuilletons, noi diremmo elzeviri, per la "Neue Freie Presse", il grande quotidiano liberale di Vienna. Rifiutò l'offerta e stabilì una cesura definitiva fra sé e la società fondando subito dopo, nel 1899, una rivista, "Die Fackel", che è un unicum sotto tutti gli aspetti. Per trentasette anni, all'inizio con pochi collaboratori, e dal 1911 in poi interamente da solo, Kraus pubblicò le più che trentamila pagine di questa rivista, dove comparve la maggior parte degli scritti che poi raccolse, ogni volta lievemente modificati, nei vari volumi delle sue opere. Sulla "Fackel" Kraus scriveva della più trascurabile notizia di cronaca come dei più gravi fatti del mondo, attaccava le grandi potenze della stampa – prima fra tutte la "Neue Freie Presse" che lo aveva corteggiato – e della politica, riconosceva la rovina incombente nella regolata vita dell'Impero absburgico, ridicolizzava false glorie letterarie, 'recitava' satire trascinanti sulle mostruosità quotidiane – e in particolare sullo scandaloso intervento della giustizia nella vita sessuale –, si opponeva a grandi talenti di cui coglieva l'influenza nefasta – come Reinhardt –, scopriva e difendeva grandi scrittori – come Trakl e la Lasker-Schüler –, affrontava i classici con analisi sconvolgenti – come quella distruttiva su Heine e quella esaltatrice su Nestroy –, osava dire in tempo di guerra cose che pochi altri hanno osato e che nessun altro ha saputo dire come lui, svergognava capi di polizia responsabili di assassinio e finanzieri criminali, componeva poesie seguendo intatti canoni classici e una pièce di quasi ottocento pagine, "Gli ultimi giorni dell'umanità", che rivela una concezione formale di grande audacia – e Brecht se ne è servito non poco –, trattava con orecchio infallibile ogni questione di lingua, citava con arte tale da rendere superfluo il commento. Tutta questa disparata attività, di cui qui si sono dati solo gli esempi più ovvi, forma un'opera compatta: c'è come un "carattere Kraus" che riconosciamo in ogni sua riga – e ciò è dovuto anche alla sua esigenza fortissima, che ha anche un aspetto segretamente demoniaco, di assolutezza della persona e della parola. Fra i suoi scritti una delle zone più ricche è quella degli aforismi, pubblicati in tre raccolte fra il 1909 e il 1918, che qui si presentano in una larghissima scelta. Sono il più naturale accesso all'opera di Kraus, in quanto immettono subito nel cuore del suo pensiero e della sua arte del linguaggio – e perciò varranno anche a preparare il lettore italiano agli altri suoi scritti, la cui pubblicazione è prevista in un prossimo futuro.
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Einaudi, 29/05/2012
Abstract: La penna al vetriolo del celebre autore satirico, che meglio di tutti seppe mettere a nudo l'uomo e le sue contraddizioni, si confronta in questo volume con i temi piú scottanti della sua attualità, che è anche la nostra: la politica e la religione, i vizi e le virtú umane, l'arte e la morale, in una folgorante raccolta di aforismi senza tempo. Maestro del "pensare breve", Kraus appare qui in tutta la sua arte, con uno stile unico, capace di racchiudere in una frase il mondo intero.
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Gli ultimi giorni dell'umanità
Adelphi, 09/05/2019
Abstract: "Gli ultimi giorni dell'umanità" stanno al centro dell'opera di Karl Kraus, come il Minotauro nel labirinto. Tutti i suoi saggi, i suoi aforismi, i suoi pamphlets, le sue liriche convergono verso questo testo di teatro irrappresentabile, che accoglie in sé tutti i generi e gli stili letterari, così come la realtà di cui parla – quell'irrappresentabile evento che fu la prima guerra mondiale – racchiudeva in sé le più sottili e inedite varietà dell'orrore. Per Kraus, fin dall'inizio, la guerra fu un intreccio allucinatorio di "voci", dal "quotidiano, ineludibile, orrendo grido: Edizione straordinaria!" alle chiacchiere dei capannelli, dalle dichiarazioni tronfie e ignare dei Potenti ai 'pezzi di colore' della stampa, sino all'inarticolato lamento delle vittime. "Non c'è "una sola voce" che Kraus abbia lasciato perdere, era invasato da ogni specifico accento della guerra e lo riproduceva con forza stringente", ha scritto Elias Canetti, che a Vienna ascoltò molte volte Kraus mentre leggeva in teatro scene degli "Ultimi giorni". Così, mentre i più illustri scrittori del tempo, salvo rarissime eccezioni, davano una prova miserevole di sé, partecipando baldanzosi, da una parte o dall'altra, all'esaltazione bellica, Kraus fu l'unico che riuscì a catturare quell'evento immane in tutti i suoi aspetti, e nel momento stesso in cui accadeva, sulla pagina scritta: "La guerra mondiale è entrata completamente negli "Ultimi giorni dell'umanità", senza consolazioni e senza riguardi, senza abbellimenti, edulcoramenti, e soprattutto, questo è il punto più importante, senza assuefazione" (Canetti). Per giungere a tanto, Kraus dovette abbandonarsi a un rovente delirio, a una perenne peregrinazione sciamanica attraverso le "voci", sui mille teatri della guerra, dalle trincee ai Quartier Generali, dai luoghi di villeggiatura ai palazzi imperiali, dagli interni borghesi ai caffè. Il risultato si presenta come un imponente "masso erratico" nella letteratura del Novecento e spezza ogni categoria: prima fra tutte quella della "tragedia", a cui allude il sottotitolo con dolorosa ironia. Perché la tragedia presuppone almeno la coscienza della colpa: mentre qui centinaia di personaggi – fra i quali incontriamo i due imperatori, Francesco Giuseppe e Guglielmo II e vari Potenti maligni, ma anche una loquace giornalista e tanti di quei liberi lettori di giornali che compongono la voce delle masse – in un solo carattere concordano: una spaventosa comicità, data dalla loro comune inconsapevolezza di ciò che provocano e che subiscono, paghi come sono di trasmettersi frasi fatte e di "portare la loro pietruzza" sull'altare dove si attendono le sacre nozze fra la Stupidità e la Potenza. Come Kraus aveva già "visto" tutte le atrocità della guerra nella affabile vita viennese dei primi anni del Novecento, così nella prima guerra mondiale vide con perfetta chiarezza non solo il nazismo (che qui appare mirabilmente descritto prima ancora che il nome esistesse), ma gli anni in cui viviamo: "l'età del massacro". Perciò a noi, come ai lettori di allora, si rivolgono le parole con cui Kraus introduceva gli "Ultimi giorni": "I frequentatori dei teatri di questo mondo non saprebbero reggervi. Perché è sangue del loro sangue e sostanza della sostanza di quegli anni irreali, inconcepibili, irraggiungibili da qualsiasi vigile intelletto, inaccessibili a qualsiasi ricordo e conservati soltanto in un sogno cruento, di quegli anni in cui personaggi da operetta recitarono la tragedia dell'umanità".Karl Kraus (1874-1936) scrisse la maggior parte del testo di "Gli ultimi giorni dell'umanità" durante la prima guerra mondiale e continuò a lavorarci fino al 1922, quando ne apparve l'edizione definitiva.