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× Nomi Rivieccio, Giorgio
× Data 2023

Trovati 31 documenti.

Porsenna. Gli Etruschi, civilizzatori sconfitti
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Tassi Scandone, Elena - Tassi Scandone, Elena - Rivieccio, Giorgio

Porsenna. Gli Etruschi, civilizzatori sconfitti

Pelago, 29/04/2023

Abstract: Popolo dalle origini ancora incerte, diverso da tutti gli altri per lingua, organizzazione sociale e politica, costumi, religione, gli Etruschi al loro apogeo controllavano buona parte di un territorio che andava dal Po all'Alto Lazio, con propaggini fino in Campania. I rapporti con Roma furono complessi: dettero all'Urbe i tre ultimi re, poi resistettero a lungo alle spedizioni di conquista. Si allearono con i nemici dell'Urbe, poi con questa stessa in più occasioni, e soltanto dopo secoli i Romani riuscirono a conquistarne definitivamente il territorio. Ma, soprattutto, influenzarono come nessun altro popolo la civiltà romana, attraverso i riti religiosi, il diritto, le tecniche di organizzazione del territorio, che l'Urbe armonizzò ovviamente con i suoi immodificabili princìpi costitutivi. Roma è debitrice nei confronti degli Etruschi anche dei fondamenti dell'architettura come l'arco e le opere di ingegneria idraulica per il drenaggio delle acque, di simboli del potere come la toga praetexta, i fasci littori, la sella curule, fino ai giochi del circo e alle corse dei carri.

I Tarquini. Dalla monarchia alla Repubblica
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Tassi Scandone, Elena - Tassi Scandone, Elena - Rivieccio, Giorgio

I Tarquini. Dalla monarchia alla Repubblica

Pelago, 29/04/2023

Abstract: L'arrivo degli ultimi tre re, gli etruschi Tarquinio Prisco, Servio Tullio e Tarquinio il Superbo, fece cambiare volto alla monarchia romana. I dinasti etruschi furono essenzialmente dei comandanti militari, portatori di un potere autoritario nuovo e laico, l' imperium, e ascesero al trono senza rispettare le procedure canoniche che prevedevano il consenso degli dèi e del popolo. La forza delle armi si sostituì a quella della religione. Contemporaneamente, soprattutto con Servio Tullio, i re posero in atto profonde riforme istituzionali e amministrative, che dettero vita a un nuovo inquadramento del popolo su base censitaria, consentendo anche ai cittadini ricchi, ma non appartenenti al patriziato, di partecipare al governo della città. Tutto ciò ebbe come risultato uno sconvolgimento della struttura sociale della civitas, creando malcontento sia fra i patrizi sia fra i plebei. La situazione si inasprì con la violenta presa del potere da parte di Tarquinio il Superbo, che instaurò una tirannide di fatto. Fu la fine della monarchia: nel 509 a.C. l'ultimo re venne cacciato da Roma e si instaurò la repubblica, con poteri di governo condivisi e limitati nel tempo.

Pompeo e Crasso. La guerra sociale e le guerre civili
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Todisco, Elisabetta - Todisco, Elisabetta - Rivieccio, Giorgio

Pompeo e Crasso. La guerra sociale e le guerre civili

Pelago, 29/04/2023

Abstract: L'espansione di Roma, che l'aveva portata a conquistare il mondo, ebbe pesanti ripercussioni sulla tenuta interna della repubblica. Gli squilibri sociali e le condizioni dei popoli conquistati, spesso alla mercé dell'avidità dei governatori, necessitavano soluzioni. L'iterata negazione della cittadinanza romana agli italici, alleati storici di Roma, portò al bellum sociale, ossia la guerra contro gli alleati. In Oriente Mitridate, re del Ponto, riprendeva a minacciare: il comando della guerra, prima attribuito poi sottratto a Silla, fu all'origine della marcia di quest'ultimo su Roma. Si susseguirono vorticosamente numerose vicende: la dittatura di Silla, la guerra degli schiavi condotti dal Spartaco, mentre all'orizzonte si profilavano i signori della guerra, uomini politici che maturavano la loro credibilità sui campi di battaglia e facevano pesare i propri successi militari, insieme alla forza minacciosa dei loro eserciti, negli equilibri di potere interni alla res publica. Tra loro, Pompeo, Crasso e Cesare, autori di un patto privato (il trumvirato) per spartirsi lo "Stato". Con la morte di Crasso nella guerra contro i Parti e il trionfo di Cesare per la conquista della Gallia, il patto era ormai spezzato: Roma era in mano al solo Pompeo, e a Cesare non rimase che riprendersi la scena con la forza. Il bellum horribile, ossia la guerra civile tra Cesare e Pompeo, si concluse con la sconfitta del generale d'Oriente nella piana di Farsalo. Cesare era, ora, l'unico padrone di Roma.

I Celti. Roma incontra l'altra Europa
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Beonio Brocchieri, Vittorio Hajime - Beonio-Brocchieri, Vittorio H. - Rivieccio, Giorgio

I Celti. Roma incontra l'altra Europa

Pelago, 29/04/2023

Abstract: Il termine Celti racchiude svariate centinaia di tribù che all'epoca dell'espansione di Roma avevano colonizzato a macchia di leopardo un'area che andava dalla Spagna all'Asia Minore e comprendeva l'Europa centrale, l'Italia settentrionale, le isole britanniche e l'Irlanda. Erano tribù forse di origine diversa, ma che parlavano lingue dalle radici comuni, avevano costumi e culture simili e condividevano parte dei loro pantheon.Per i Romani, Celti era sinonimo di "altro", parte di un mondo barbarico ancora poco conosciuto e proprio per questo percepito come minaccioso, sia sul piano politico e militare sia su quello culturale. Effettivamente, fra queste due popolazioni le differenze erano numerose, molto più accentuate di quelle tra Roma e gli altri popoli mediterranei: da una parte, la concretezza e la coesione dei Romani, dall'altra, la spiritualità e l'individualismo dei Celti.All'inizio del IV secolo a.C. quasi tutta l'Italia settentrionale era, di fatto, parte di un mondo celtico: la minaccia per Roma era palpabile. E mentre l'Urbe si espandeva a sud, iniziò anche a valicare il Po per combattere il nemico sconosciuto. Poi fu la volta dei territori transalpini, prima con Giulio Cesare in Gallia, in seguito con gli imperatori che conquistarono le isole britanniche. Alla fine, i Celti si latinizzarono tribù dopo tribù, anche se in alcuni territori più settentrionali, come certe aree dell'Irlanda e della Britannia, riuscirono a mantenere lingua e tradizioni proprie, la cui eredità è ancora oggi molto viva.

Scipione Emiliano. Roma espugna Cartagine
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Brizzi, Giovanni - Brizzi, Giovanni - Rivieccio, Giorgio

Scipione Emiliano. Roma espugna Cartagine

Pelago, 29/04/2023

Abstract: La distruzione di Cartagine, che nel 146 a.C. pose fine alla Terza guerra punica, arrivò al termine di un lungo e complesso dibattito in cui intervennero fattori politici, religiosi e perfino economici. Si trattò infatti di una decisione che non era motivata da un casus belli vero e proprio, come per secoli era avvenuto nei precedenti conflitti, ma rappresentò un'autentica guerra preventiva per rendere del tutto inoffensivo un nemico che per un secolo aveva tentato – quasi riuscendoci – di sopraffare Roma e la sua federazione. La paura per la rinascita dello storico avversario dell'Urbe era andata a sommarsi, facendoli traboccare, ai timori di attacchi provenienti dalla Grecia e dall'Asia, anche attraverso il Nord della penisola. Alla fine la pressione psicologica ebbe la meglio e indirizzò l'Urbe verso la scelta di eliminare definitivamente una potenza punica ritenuta solo apparentemente inerte. Era nata frattanto, tra l'irrazionale e il provvidenziale, l'idea, raccolta in Polibio, della signoria mondiale di Roma.

Lucio Emilio Paolo. La conquista del Mediterraneo
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Thornton, John - Thornton, John - Rivieccio, Giorgio

Lucio Emilio Paolo. La conquista del Mediterraneo

Pelago, 29/04/2023

Abstract: Con la vittoria di Pidna nel 168 a.C. che pose fine alla monarchia macedone, e la distruzione di Cartagine nel 146 a.C., i Romani avevano ottenuto il dominio incontrastato su quasi tutto il mondo abitato all'epoca noto. Cambiò l'esercizio del potere: al rispetto per i vinti si sostituì quella che Catone il Censore chiamò "tracotanza, arroganza e prepotenza". I Paesi conquistati divennero terreno di spoliazioni e ruberie nei confronti dei popoli sottomessi; il governo delle province si trasformò in un'occasione di arricchimento personale, mentre la povertà si accrebbe tra i contadini-soldati. Per effetto di questo capovolgimento di valori, il divario tra l'aristocrazia e la plebe andò approfondendosi, e il sistema politico romano assunse caratteristiche spiccatamente oligarchiche. La situazione divenne incandescente quando nel 133 a.C. Tiberio Gracco propose la famosa legge che redistribuiva le terre pubbliche privilegiando i poveri: la riforma finì nel sangue ed ebbe inizio il processo che avrebbe portato alla dissoluzione delle istituzioni repubblicane.

Scipione Africano. La Seconda Guerra Punica
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Brizzi, Giovanni - Brizzi, Giovanni - Rivieccio, Giorgio

Scipione Africano. La Seconda Guerra Punica

Pelago, 29/04/2023

Abstract: Roma e Cartagine si sorvegliavano fin dalla nascita della repubblica, quando nel 509 a.C. stipularono un trattato di non belligeranza. Poi, quasi tre secoli dopo, la situazione precipitò. La resa dei conti tra i due dominatori che si fronteggiavano sul Mediterraneo fu rappresentata dalla Seconda guerra punica. Una guerra "mondiale", in un certo senso, perché coinvolse territori come Ispania, Gallia, Italia e Nordafrica. D'altra parte, ormai Roma e Cartagine erano le superpotenze dell'Occidente, e solo una sarebbe potuta sopravvivere. Il conflitto durò oltre sedici anni e si svolse attraverso battaglie epiche e molte cocenti sconfitte per i Romani, come quelle della Trebbia, del Trasimeno e di Canne, finché la situazione si ribaltò con la vittoria finale dell'Urbe a Zama. I protagonisti furono due: Annibale con i suoi elefanti, che giunse a un passo da Roma ma non volle attaccarla, e Scipione Africano, personaggio inizialmente secondario che in seguito prese le redini del conflitto tentando l'inosabile: sconfiggere il generale punico a casa sua, in terra d'Africa.

Giulio Cesare. Le guerre galliche e la dittatura
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Traina, Giusto - Traina, Giusto - Rivieccio, Giorgio

Giulio Cesare. Le guerre galliche e la dittatura

Pelago, 26/07/2023

Abstract: Come tanti giovani aristocratici romani della sua generazione, Caio Giulio Cesare si formò in una Roma che esercitava un ruolo egemonico ma era regolarmente attraversata da crisi politiche e guerre civili. Scampato alle purghe della dittatura di Silla, militò nel Mediterraneo orientale, coprendosi di gloria e rivelando un'autorevolezza non comune. Tornato a Roma, si illustrò anche come politico, e percorse una brillante carriera senatoria; le leggi della Repubblica non gli consentivano però di bruciare le tappe e soddisfare le sue smisurate ambizioni. All'età di quarant'anni strinse un patto politico con Pompeo e Crasso, e nel 59 a.C. assunse il consolato e ottenne poteri straordinari per intraprendere una lunga e vittoriosa campagna nelle Gallie, a partire dal 58. Quando Pompeo ostacolò il suo ritorno trionfale a Roma, decise di giocarsi il tutto per tutto: agli inizi del 49, attraversato il confine delle sue province, conquistò l'Italia e assunse la dittatura. Nel 48 sconfisse Pompeo a Farsàlo, ma la guerra civile proseguiva contro i pompeiani, fino alla vittoria definitiva in Spagna nel 45. Ormai padrone di Roma, adorato dai soldati e dal popolo, poté contare su alleati fedeli come l'egiziana Cleopatra. Ma mentre preparava un'ultima spedizione destinata ad accrescere il potere di Roma in Oriente e in Occidente, molti cittadini influenti lo videro come un tiranno. Temendo per le sorti di una Repubblica ormai agonizzante, ordirono una congiura e lo assassinarono brutalmente in Senato, il 15 marzo del 44. Cesare muore, ma la sua eredità dura ancora.

Ottaviano Augusto. La fondazione dell'Impero
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Lanza, Carlo - Lanza, Carlo - Rivieccio, Giorgio

Ottaviano Augusto. La fondazione dell'Impero

Pelago, 26/07/2023

Abstract: Primo imperatore di un impero che formalmente non esisteva, trattandosi della prosecuzione della res publica, Augusto riuscì ad accentrare il potere su di sé evitando eccessive scosse istituzionali, ma assumendo di fatto le prerogative delle diverse magistrature di Roma senza attribuirsene le cariche; peraltro, quando veniva eletto a una carica magistratuale vera e propria, era attento a mantenere una potestà pari a quella del collega, secondo tradizione. Poco versato nell'arte della guerra – cosa che aveva fatto la fortuna di tutti i suoi predecessori dal tempo dei tempi –, si fece conferire un comando militare più elevato di quello di chiunque altro, non limitato da alcun confine ed esercitabile perfino a Roma, territorio da sempre interdetto a chiunque portasse armi. Scrisse di sé: "Fui superiore a tutti per auctoritas". Nella repubblica, auctoritas indicava una posizione autorevole liberamente riconosciuta dai Romani a un concittadino. Nel principato, auctoritas diventa il termine che qualifica il potere stabile e preminente del princeps nello Stato: uno strumento istituzionalizzato di governo. Nominato pontifex maximus, trasformò la sua casa in un tempio per abolire il confine tra il potere profano e quello sacro, e si dotò di tutte le prerogative dei diversi sacerdozi di Roma che regolavano ogni aspetto della vita pubblica. Infine, sempre sgusciando tra le istituzioni per piegarle alla sua persona, stabilì i canoni della successione dinastica. Se non è impero questo…

Marco Antonio e Ottaviano. L'ultima guerra civile
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Lanza, Carlo - Lanza, Carlo - Rivieccio, Giorgio

Marco Antonio e Ottaviano. L'ultima guerra civile

Pelago, 26/07/2023

Abstract: Con l'assassinio di Giulio Cesare, la situazione a Roma divenne ancora più caotica che in passato. Già dal giorno dei suoi funerali. A contendersene l'eredità politica e materiale erano in due: Marco Antonio e il giovanissimo Ottaviano, il predestinato. Cercarono un'intesa istituendo un triumvirato con Lepido e diedero il via alla caccia agli anticesariani. Riapparvero le liste di proscrizione con conseguente licenza a chiunque di uccidere i propri nemici (ne fu vittima anche Cicerone); i cesaricidi Bruto e Cassio furono sconfitti con i loro eserciti, mentre Ottaviano e Antonio passavano dalle ostilità reciproche agli accordi. Finché comparve sulla scena Cleopatra, proprio quando Antonio era diventato padrone di fatto dell'Oriente. Mentre questi allarmava Roma con atteggiamenti che facevano presumere una virata dell' imperium in senso orientaleggiante-ellenistico, nell'Urbe Ottaviano garantiva la difesa di interessi consolidati e assicurava la rendita di posizione di Roma e dell'Italia quali centri del potere. Si arrivò allo scontro finale, vinto ad Azio da Ottaviano sui fuggitivi Antonio e Cleopatra. Il predestinato si preparava a fondare l'impero.

Tiberio. Il principe riluttante
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Buongiorno, Pierangelo - Buongiorno, Pierangelo - Rivieccio, Giorgio

Tiberio. Il principe riluttante

Pelago, 26/07/2023

Abstract: Designato da Augusto all'ultimo momento a un principato molto lontano dalle sue aspettative, Tiberio dovette destreggiarsi nel nuovo regime imperiale che, istituito solo di fatto dal suo predecessore, presentava ancora molte lacune istituzionali. Non si sentiva né princeps né imperator (carica che non volle mai attribuirsi), dovette fronteggiare i nostalgici della repubblica, il Senato, l'esercito, il cui potere stava cominciando a diventare politicamente decisivo, come i suoi successori avrebbero sperimentato. Riuscì però, senza iniziative clamorose, a riportare una parvenza di calma nella complessa situazione politica, ripianò il debito statale, placò le ribellioni ai confini dell'impero. Nel sentimento popolare è noto più per le sue assenze che per le presenze, in seguito ai lunghi periodi di ritiro che volle vivere: prima a Rodi, poi con il suo autoesilio a Capri, dove trascorse gli ultimi nove anni della sua vita. Ma il vuoto fisico di potere a Roma rischiò di mettere in serio pericolo l'impero con la congiura del suo consigliere Seiano, sventata in extremis. Designò non uno ma due successori, quasi fosse esistito ancora il consolato come carica suprema, tanto da far leggere questo atto come l'ultima beffa nei confronti di un principato cui sentiva di non appartenere.

Tito. La distruzione di Gerusalemme
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Lucrezi, Francesco - Amabile, Mariateresa - Lucrezi, Francesco - Amabile, Mariateresa - Rivieccio, Giorgio

Tito. La distruzione di Gerusalemme

Pelago, 26/07/2023

Abstract: Salito al trono senza traumi dopo il padre Vespasiano, Tito è noto per la definizione di Svetonio "Amore e delizia del genere umano". Le fonti storiche coeve, nell'ambito di una propaganda ben orchestrata dalla dinastia flavia, ricordano infatti che nei suoi due soli anni di regno si comportò in modo ineccepibile. Si era guadagnato la fama con Vespasiano conducendo la guerra giudaica – culminata con la distruzione di Gerusalemme e la diaspora degli Ebrei –, che gli permise di ammantarsi delle vesti dell'eroe. Avviò un poderoso programma di opere pubbliche non solo a Roma ma anche nelle province, che finanziò con una politica economica abile e accorta. E nelle due calamità tragiche di quegli anni, l'eruzione del Vesuvio e l'incendio di Roma, si attivò per avviare un'efficiente macchina dei soccorsi, mettendo mano alle casse dello Stato.Alla sua morte prematura entrò in scena il fratello Domiziano, che le stesse fonti storiche hanno invece dipinto come una persona lussuriosa, vile e crudele. Condusse campagne militari che placarono solo in parte le gravi turbolenze ai confini asiatico e danubiano. E, dopo un tentativo di guerra civile nei territori germanici, avviò una sorta di caccia alle streghe che fece mettere a morte gli oppositori politici e gli intellettuali colpevoli anche solo di allusioni negative sul suo principato. Sfidò apertamente il Senato e, com'era da aspettarsi, cadde vittima di una congiura.

Caligola e Claudio. Follia e debolezza al potere
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Marcone, Arnaldo - Marcone, Arnaldo - Rivieccio, Giorgio

Caligola e Claudio. Follia e debolezza al potere

Pelago, 26/07/2023

Abstract: Caligola è stato dipinto, nella sua epoca e in parte ancora oggi, come un individuo folle, dispotico, sanguinario, perverso. Ancora giovanissimo, godette di un vasto consenso popolare, mantenuto nei primi tempi del suo impero. Poi il vento cambiò: l'atteggiamento del Senato divenne freddo, l'immagine che Caligola iniziò a dare di sé fu quella di un tiranno volubile, eccentrico e megalomane. Seguirono fallimenti militari, i conflitti con gli Ebrei, l'eliminazione di potenziali rivali. Anche l'atteggiamento della popolazione nei suoi confronti mutò, a causa dell'introduzione di nuove imposte. La congiura di cui fu vittima, a soli ventotto anni, fu ordita da tutti i poteri forti di Roma (Senato, cavalieri, prefetti, pretoriani, liberti imperiali).Anche Claudio appare nella storiografia in maniera negativa, come un personaggio contraddittorio e imbelle. In realtà, accanto a iniziative incoerenti, rivitalizzò l'efficienza e la credibilità del Senato, compì numerose riforme, sulla scia di quelle di Augusto, per razionalizzare il governo dell'impero, dette grande potere ai liberti nella burocrazia statale, svolse una politica di integrazione delle province, con provvedimenti volti a favorire la concessione della cittadinanza romana e l'ammissione di notabili della Gallia al Senato. Condusse a termine la conquista della Britannia meridionale e ampliò i confini politici dello Stato nel quadro di una visione universalistica del potere romano. Coinvolto in scandali e intrighi di corte, morì avvelenato forse su iniziativa della quarta moglie Agrippina, che non vedeva l'ora di porre sul trono il figlio adolescente Lucio Domizio Enobarbo, più noto come Nerone.

Nerone. Il caos e le congiure
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Fasolino, Francesco - Fasolino, Francesco - Rivieccio, Giorgio

Nerone. Il caos e le congiure

Pelago, 26/07/2023

Abstract: I primi cinque anni di potere furono denominati "l'età d'oro" di Nerone, per la sua amministrazione saggia e avveduta, come anche gli storici a lui ostili (cioè tutti) avevano dovuto ammettere. La sua buona politica, celebrata da poeti e letterati, avrebbe portato clemenza nell'esercizio della giurisdizione, il ripristino dello stato di diritto, il rispetto delle prerogative dei consoli e del Senato. Realizzò molte opere pubbliche e combatté poche guerre, strettamente difensive. Poi, però, attuò alcune riforme amministrative che andavano nella direzione di un rafforzamento dell'assolutismo imperiale e di un forte contrasto con il Senato: ai questori dell'erario, nominati dai senatori, sostituì i prefetti dell'erario, scelti da lui stesso, in modo da togliere al Senato ogni possibilità di incidere sulle finanze dello Stato. Nerone divenne così un personaggio sempre più fuori controllo, sotto il profilo politico, personale e umano.Nell'ambito familiare e della cerchia dei suoi sostenitori le cose andarono progressivamente peggio: i dissapori con la madre Agrippina, che pure aveva fatto carte false affinché succedesse a Claudio, condussero al matricidio; stessa fine fecero la moglie Ottavia e – pare – la successiva, Poppea. Intanto Roma bruciava nel famoso incendio del 64 e, se ormai sembra esclusa ogni sua responsabilità nell'evento, Nerone approfittò della situazione per crocifiggere cristiani e costruirsi una nuova residenza, la Domus Aurea, espropriando terreni privati. Toccò infine a lui diventare bersaglio di congiure; sventata quella di Pisone, affollata di partecipanti, perse via via tutti i suoi sostenitori finché si trovò attorno solo nemici: militari, pretoriani, senatori. E non gli rimase che togliersi la vita.

Vespasiano. L'"uomo nuovo"
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Lucrezi, Francesco - Lucrezi, Francesco - Rivieccio, Giorgio

Vespasiano. L'"uomo nuovo"

Pelago, 26/07/2023

Abstract: Completamente privo di autorevolezza e di credenziali per aspirare al dominio del mondo, proveniente dalla borghesia rurale di provincia ma ottimo soldato, Vespasiano riuscì a salire al trono grazie all'acclamazione degli eserciti di stanza in Oriente e a una serie di auspici e prodigi ben orchestrati. Ma in un momento in cui, dopo Nerone e l'anno dei tre imperatori, l'impero era allo sbando, seppe riportarlo su binari di stabilità, pace e prosperità. Governò una specie di "monarchia costituzionale", comandando con la forza della legge e del diritto e attribuendosi competenze che nessun altro imperatore aveva avuto. La conseguenza fu di ridurre ulteriormente le prerogative di un Senato che negli ultimi decenni aveva progressivamente perduto potere.A fare le spese, anche in senso materiale, della nuova organizzazione furono le province di quell'Oriente che Vespasiano non aveva mai amato e che – a differenza di tanti suoi predecessori e successori – sentiva lontanissimo da sé e dall'antica romanità che intese ripristinare. I più colpiti furono i Giudei, sottomessi – con il contributo decisivo del figlio Tito – mediante una spietata repressione della loro rivolta, culminata con la distruzione del tempio di Gerusalemme. Gli Ebrei si videro imporre una tassa speciale, legata unicamente alla religione professata (evento senza precedenti), e soprattutto furono allontanati dalla loro terra; ebbe così inizio il lungo e doloroso esilio di questo popolo.

Traiano. L'apogeo dell'Impero romano nel mondo
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Bianchi, Paola - Bianchi, Paola - Rivieccio, Giorgio

Traiano. L'apogeo dell'Impero romano nel mondo

Pelago, 26/07/2023

Abstract: Molti storici hanno scritto che con Traiano si aprì l'epoca d'oro dell'impero romano: fu imperatore abile nella politica espansionistica, nella guerra, nella munificenza e beneficenza pubblica, nelle leggi. È rimasto celebre per le campagne che giunsero alla sottomissione della Dacia (odierna Romania) e, a Oriente, di Armenia, Assiria e Nabatea, condotte vivendo e combattendo in mezzo alle sue truppe. Nessun altro imperatore avrebbe ulteriormente allargato i confini dell'impero. Nato in Spagna, Traiano fu il primo princeps provinciale e, anche in forza di ciò, inaugurò l'epoca dell'ingresso dei provinciali nella politica dell'impero, fortemente indicativa del ricambio sociale che continuava a prodursi nei ceti nobiliari, che si preoccupò di avere sempre al suo fianco. Con lui si aprì anche un'epoca felice per il pensiero giuridico romano, attraverso la creazione di un legame tra i giuristi e il trono imperiale che si sarebbe protratto in futuro. Abolì il delitto di lesa maestà e, anche per questo, non volle essere divinizzato in vita. Avviò un programma che prevedeva fondazioni alimentari per i giovani poveri dell'Italia e benefici per i contadini, contribuendo alla ripresa economica della Penisola. Nei confronti dei cristiani restò ambiguo, ma se non altro li sottrasse alla persecuzione legata alla professione di una fede non romana.

Commodo. Il ritorno delle congiure
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Galimberti, Alessandro - Galimberti, Alessandro - Rivieccio, Giorgio

Commodo. Il ritorno delle congiure

Pelago, 30/09/2023

Abstract: A soli quindici anni di età, Commodo fu il più giovane console della storia di Roma. Alla morte improvvisa del padre Marco Aurelio, ereditò, diciannovenne, il trono e apparve subito come un principe sotto tutela che manifestava tutti i presagi del cattivo imperatore. Per prima cosa si liberò dei consiglieri del padre per avere mano libera nelle sue azioni, che a Roma erano dirette in particolare a ingraziarsi i favori del popolo. Poco incline alle campagne militari, rinunciò a espandere l'impero a oriente, ma dovette fare i conti con una serie di ribellioni e di diserzioni in massa nelle province occidentali, che riuscì a domare, autoconferendosi il titolo di pacificatore del mondo. Altrettanto poco incline alla gestione diretta della cosa pubblica, trasferì parte dei suoi poteri a persone del suo ambiente domestico – come Saotero prima e Cleandro poi –, estromettendo così il Senato. La reazione dell'aristocrazia generò più di una congiura nei suoi confronti, prima fra tutte quella ordita dalla sorella Lucilla, dalle quali uscì indenne.

Diocleziano. La tetrarchia e le nuove capitali
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Sperandio, Marco Urbano - Sperandio, Marco Urbano - Rivieccio, Giorgio

Diocleziano. La tetrarchia e le nuove capitali

Pelago, 30/09/2023

Abstract: Nel governo di Diocleziano si passò dalla monarchia alla diarchia, con due imperatori che gestivano l'Oriente e l'Occidente, e quindi alla tetrarchia, con i due Cesari che affiancavano i due Augusti. Roma rimase caput mundi di nome, ma le sedi del potere furono spostate in quattro nuove capitali, Nicomedia in Asia Minore, Mediolanum, Sirmio nell'Illirico e Treviri in Germania. Questa suddivisione dell'impero aiutò a pacificare le due frontiere più calde, quella danubiana e quella persiana, portando le province da quarantotto a centonove, governate da una pletora di funzionari nel segno del terrore per spegnere ogni tentativo di rivolta. La situazione interna fu gestita da Diocleziano con una serie di riforme amministrative e monetarie che raggiunsero solo in parte il loro scopo.La tetrarchia di Diocleziano fu legittimata dalla potenza divina di cui gli imperatori si ammantarono e che trasformò il princeps in un dominus dall'immagine orientalizzante, signore e padrone dell'impero, sempre più distante dal popolo e a capo di un'oligarchia di ministri a lui fedeli. Ma la tetrarchia, che moltiplicava per quattro i tentativi di successione e di presa del potere con conseguenti alleanze e conflitti incrociati, si rivelò subito molto fragile e incontrollabile: non sarebbe sopravvissuta a Diocleziano, che dal suo palazzo imperiale di Spalato assistette alla frana di un mondo che avrebbe voluto governato dagli dèi e dal quale era sempre più lontano.

L'anarchia militare. E la crisi del III secolo
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Fargnoli, Iole - Fargnoli, Iole - Rivieccio, Giorgio

L'anarchia militare. E la crisi del III secolo

Pelago, 30/09/2023

Abstract: Diciassette imperatori in cinquant'anni, quasi tutti assassinati, rimasti al potere a volte solo poche settimane e mai per più di otto anni. È questo il periodo detto dell'anarchia militare, tra il 235 e l'avvento di Diocleziano nel 285, caratterizzato dal disordine governativo e dalla centralità della componente militare nella gestione del potere e dello Stato. E nel quale, tra un imperatore "ufficiale" e un altro si verificavano ininterrotti tentativi di usurpazione con le armi. Tra gli imperatori che si succedettero, Massimino il Trace, Gordiano III, Filippo l'Arabo, Valeriano, Gallieno, Claudio il Gotico e Decio, quest'ultimo noto per le persecuzioni contro i cristiani e primo imperatore romano a essere ucciso in battaglia. In questo contesto si verificarono saccheggi, epidemie e crisi economiche, queste ultime dovute anche agli aumenti delle tasse necessari a mantenere gli eserciti sempre in azione per motivi interni ed esterni. Gli "imperatori soldato" si impegnarono però strenuamente nella difesa dell'impero e nella salvaguardia della romanità, arrivando a immolare la loro vita e quella dei loro figli contro il nemico o gli usurpatori. Riuscirono a bloccare quindi la forte spinta alla frantumazione del territorio in più aree geografiche sotto diversi dominatori locali, con il risultato in definitiva di mantenere l'unità dell'impero.

Caracalla. Dal Principato al governo dei despoti
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Marotta, Valerio - Marotta, Valerio - Rivieccio, Giorgio

Caracalla. Dal Principato al governo dei despoti

Pelago, 30/09/2023

Abstract: La dinastia dei Severi fu l'ultima rappresentante del periodo imperiale che va sotto il nome di principato, e riuscì comunque a tenere in piedi l'impero in un momento di crisi e guerre civili. Con Settimio Severo, che prese il potere con le armi, la figura dell'imperatore cominciò a trasformarsi in quella di un monarca sacro, un dominus ac deus, per il quale contava soprattutto l'esercito. Gli succedette il figlio Caracalla, il più famoso della dinastia, uomo di smisurate ambizioni, che per prima cosa soppresse o fece sopprimere il fratello co-imperatore Geta. Anch'egli guardava all'esercito e alla potente guardia pretoriana, per guadagnarsi il favore dei quali non esitò a prosciugare le casse statali. Ma Caracalla è passato alla storia principalmente per l'editto del 212 con cui concesse la cittadinanza romana a quasi tutti gli abitanti dell'impero. Un gesto sulle cui motivazioni gli storici ancora dibattono, dato l'atteggiamento non propriamente filantropico dell'imperatore. Probabilmente agì per motivi fiscali, perché la cittadinanza romana richiedeva il pagamento di ulteriori tasse (che non sopprimevano quelle già imposte ai provinciali); forse per ingraziarsi gli abitanti dei territori lontani, e non ultimi gli stessi dèi, con un gesto di munificenza puramente di facciata. Fu assassinato da un soldato, per motivi mai chiariti.