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Il Saggiatore, 11/10/2018
Abstract: Secondo gli indiani Tsimshian, l'eroe Asdiwal fu condotto in cielo da un'orsa bianca – la Stella della Sera – ma volle tornare indietro e dovette affrontare numerose prove, tra cognati invidiosi, orche di legno animate per annientare i nemici e il re dei trichechi che gli offrì il suo stomaco a mo' di scialuppa. Come quello di Odisseo, questo è un mito di nostalgia per la propria terra: la grande montagna del lago di Ginadâos, dove il profilo di Asdiwal è ancora oggi visibile, pietrificato nella roccia insieme al suo cane e ai suoi strumenti magici.Come Asdiwal, in quest'opera Claude Lévi-Strauss torna alla propria terra. Se con Antropologia strutturale definiva i fondamenti della disciplina, una quindicina d'anni dopo con Antropologia strutturale due omaggia i capisaldi – fra gli altri, Rousseau, Durkheim, Mauss e Frazer – attorno ai quali questa scienza si è sostanziata e fa il punto sullo stato degli studi: delinea cambiamenti di rotta e snodi metodologici e denuncia la corsa contro il tempo per indagare le tribù indigene minacciate o già estinte a causa dell'industrializzazione frenetica. Al di là delle trasformazioni che il corso della storia le impone, l'antropologia è e resta la "conversazione dell'uomo con l'uomo": l'analisi di miti, segni e significati mette in rapporto le culture e i popoli, allargando i nostri orizzonti ristretti e consentendoci di includervi tutte le forme di espressione che appartengono o sono appartenute alla natura umana. Ma c'è una nota amara: l'antropologia è figlia di un'era di violenza; se è riuscita a guardare i fenomeni umani in una prospettiva più scientifica è perché una parte dell'umanità si è arrogata il diritto di trattare l'altra come un oggetto.Con Antropologia strutturale due il Saggiatore rende nuovamente disponibile un testo imprescindibile e straordinariamente attuale, spietatamente lucido nel cogliere "le tare di un umanismo incapace di fondare l'esercizio della virtù" e nel contempo determinato a rilanciare la pietà come accordo tra le tante forme – tutte meritevoli di rispetto – in cui l'umanità si è manifestata. Lévi-Strauss, raccogliendo simboli e riti trova le radici dell'uomo: il suo nucleo originario, la sua possibilità di riscatto.
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Il Saggiatore, 28/11/2018
Abstract: Pistolero intellettuale, pecora nera di una ricca famiglia di fabbricanti di calcolatrici, disinfestatore di blatte e cimici, pittore a mano armata, esule uxoricida, tossico impenitente, profeta della paranoia, esploratore del queer, protagonista di oracolari cammei cinematografici e – soprattutto – autore di alcuni dei più stranianti romanzi sperimentali della letteratura americana: se è vero che ogni uomo vive molte vite durante la sua esistenza, quelle di William Burroughs sono state di più. Un percorso composto di ombre e misteri, ma che Burroughs ha costellato continuamente di confessioni pubbliche, colloqui con la stampa, partecipazioni a tavole rotonde e registrazioni radiofoniche. Lui, che notoriamente "odiava rilasciare interviste".Curata dal critico Sylvère Lotringer e ora per la prima volta pubblicata in Italia, la raccolta delle Interviste di William Burroughs è una vera e propria controstoria privata del secondo Novecento americano, raccontata in presa diretta dalla viva voce di uno dei suoi più provocatori protagonisti: dalle conversazioni con i sodali di sempre Allen Ginsberg, Gregory Corso e Brion Gysin agli incontri memorabili con David Bowie, Tennessee Williams, Christopher Isherwood e Patti Smith, dall'analisi delle proteste del Sessantotto alle prese di posizione di fronte all'esplodere dell'epidemia dell'Aids, dalle rivelazioni sulle proprie tecniche di scrittura alla confessione delle paure per il futuro.Interviste è allo stesso tempo un documento letterario fondamentale e un memoir involontario, parcellizzato nel tempo. Risposta dopo risposta, battuta dopo battuta, Burroughs ci conduce negli abissi della sua anima tormentata e delle sue inquietanti visioni lisergiche, costringendoci a guardare in faccia, in un incubo senza fine, i centopiedi giganti, i poliziotti Nova, gli Esaminatori e i Moscibecchi che ancora oggi abitano la nostra società.
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L'uomo senza frontiere. Vita e scoperte di Albert Einstein
Il Saggiatore, 11/01/2019
Abstract: Figura emblematica del nostro tempo, geniale esploratore dell'intelligenza umana e dello spaziotempo, Albert Einstein è ancora oggi considerato uno dei più importanti scienziati della storia. Le sue scoperte e intuizioni hanno riscritto totalmente il nostro modo di interrogare la realtà e dato abbrivio a una nuova, straordinaria prospettiva scientifica, da cui nessun modello fisico del presente e del futuro può prescindere.Ma come ha fatto un timido bambino nato a Ulm, piccola cittadina sulle sponde del Danubio, a diventare uno degli uomini più famosi di tutti i tempi? Jeremy Bernstein ripercorre in maniera sapiente e appassionata la vita di Einstein, coniugando le imprese scientifiche con quella parte della sua personalità, più intima e familiare, che soltanto a pochi era permesso conoscere. Ricostruisce momenti fondamentali della sua maturazione come studioso e come uomo, dagli anni di infanzia trascorsi a suonare il violino all'ammissione presso l'Istituto federale svizzero di tecnologia di Zurigo, dal matrimonio con Mileva all'"anno dei portenti", durante il quale formulò i fondamenti della fisica moderna, dal premio Nobel ricevuto nel 1921 alla fuga dall'Europa per scampare alle persecuzioni naziste contro gli ebrei. Si sofferma spesso sul volto di un giovane ragazzo con lo sguardo trasognato, su cui nessuno – né gli amici né i professori – avrebbe mai scommesso, ma che già nei primi anni di vita costellava i suoi sogni a occhi aperti di visioni prodigiose: come quando, a cinque anni, il padre gli mise in mano una bussola e lui vi vide l'ago magnetico che indicava la sua strada.L'uomo senza frontiere è la biografia indispensabile di Albert Einstein, attraverso la quale riscoprire gli esperimenti e le teorie scaturite dalla mente che ha riscritto le regole del nostro mondo.
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Il Saggiatore, 17/01/2019
Abstract: La Prima legge fondamentale della robotica dice: un robot non può recare danno agli esseri umani. La Seconda: un robot deve obbedire agli ordini impartiti dagli esseri umani, tranne quando tali ordini siano in contrasto con la Prima legge. La Terza: un robot deve salvaguardare la propria esistenza purché ciò non sia in contrasto con la Prima e la Seconda legge. A partire dagli anni quaranta, con questi semplici enunciati, Isaac Asimov cambia radicalmente il modo di scrivere fantascienza: i robot non sono più una minaccia, figli di una tecnologia incontrollata pronti a ribellarsi agli esseri umani, ma strumenti raffinati, progettati per compiti specifici. I suoi robot sono "macchine, non metafore".Se elencare le Tre leggi è facile, applicarle può generare errori, inganni, situazioni paradossali: robot che mentono a fin di bene o che arrivano a interrogarsi sulla propria natura. Come Andrew, protagonista di "L'uomo bicentenario", in grado di provare qualcosa di simile alle emozioni e desideroso di esplorare i confini che separano la sua esistenza artificiale da quella degli umani. O come le macchine esaminate dalla robopsicologa Susan Calvin, portatrici di errori di programmazione così simili ai nostri difetti e debolezze, impensabili in strumenti teoricamente perfetti.Le visioni di Asimov travalicano la narrativa di genere per diventare la cronaca affascinante del viaggio dell'uomo verso il futuro, con tutto il suo vissuto di paure, desideri e speranze. Le sue opere interrogano il modo in cui la tecnologia agisce sulle emozioni più profonde dell'umanità. I racconti di Visioni di robot parlano di colonie nello spazio, macchine pensanti e miracoli della scienza, ma soprattutto, oggi più che mai, colpiscono il cuore del lettore con dilemmi universali: quali sono i limiti morali nell'uso delle scoperte scientifiche? In che modo la tecnologia sta spostando i confini stessi dell'umano?
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Il Saggiatore, 10/01/2019
Abstract: "Mi hai dato il tuo fango e io ne ho fatto oro" scrive Baudelaire nell'Ébauche d'un épilogue, un unico verso a custodire un'intera dichiarazione di poetica: la scoperta dell'oro della poesia nel cuore del prosaico – negli inferi dei bassifondi, fra i demoni celesti delle città –, l'immersione negli abissi dell'eros e dell'ebbrezza, in una noia fisica e metafisica che trova il suo atroce riscatto nella bellezza. Soprattutto, la ricerca del verso come parola alchemica, formula filosofale per le infinite metamorfosi della materia: metafore, sinestesie, comparaisons che tramutano lampade in sguardi sanguinanti, parole in fate dagli occhi di velluto, languidi baci in liquidi cieli disseminati di stelle.Grazie a un'eccezionale contiguità con il testo di Baudelaire, Stefano Agosti mostra come questa sostanza mutante – scaturita da una delle più potenti pulsioni emotive mai registrate dalla letteratura – si riversi in una struttura geometricamente ordinata, segnando l'ingresso della poesia lirica nella modernità.Leggere questo testo, che di Les Fleurs du Mal costituisce un indispensabile contrappunto critico, significa ripercorrere la nervatura portante del grande Canzoniere dell'era moderna: "l'istanza flagrante, dirompente, grondante del "moi"" che governa gli itinerari pseudobiografici del poeta, i momenti in cui il significante si solleva alle più pure manifestazioni di musicalità e in cui una violenza espressiva inedita si infiltra nei moduli di una suprema elaborazione formale. È un movimento nelle profondità di un'opera scritta da Baudelaire con tutto il suo cuore, tutto il suo odio, tutta la sua religione e la sua tenerezza, che nella lettura di Stefano Agosti giunge intatta al lettore contemporaneo.
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Montaillou. Storia di un villaggio occitanico durante l'Inquisizione
Il Saggiatore, 17/01/2019
Abstract: Dal 1318 al 1325 a Montaillou, piccolo paese dell'Occitania meridionale, il tribunale dell'Inquisizione indaga per sradicare gli ultimi resti dell'eresiacatara. A capo del tribunale c'è un uomo fuori del comune: Jacques Fournier, vescovo di Pamiers e futuro papa Benedetto xii. Fournier è tenace, instancabile,parla a lungo con gli indagati, non delega responsabilità a subalterni e notai, sa distinguere in pochi minuti un eretico da un vero cattolico – una "specie di Maigret ossessivo e compulsivo".Dal Registro d'Inquisizione di Fournier, Emmanuel Le Roy Ladurie ha ricostruito l'intero microcosmo del villaggio di Montaillou: il terrore dell'Inquisizioneche si propaga come fuoco tra valli in cui tutti hanno qualcosa da nascondere e aspre montagne che recano l'impronta del demonio; la famiglia Clergue, che domina incontrastata Montaillou e in segreto aiuta i catari perseguitati; gli oppositori dei Clergue, che rischiano la vita per mano di sicari o, ironia della sorte, possono vedersi accusati di eresia. Sotto l'apparente tranquillità quotidiana, Jacques Fournier scopre un brulicare di violenza, menzogne, invidia e relazioni illeciteche si rinnovano in un ciclo senza fine. E nemmeno la morte sembra recare pace. Se i catari, aborriti dalla Chiesa ufficiale, credono nella trasmigrazione delle anime, in molti giurano di veder vagare nella notte morti senza riposo: cavalieri che portano i segni del ferro che li ha uccisi e dame nobili e crudeli che non indossano più polsini di seta, ma catene di braci.Montaillou è universalmente considerata l'opera più importante di Le Roy Ladurie, una pietra miliare di quella ricerca storiografica che, a partire dai documenti scritti, ricostruisce la vita quotidiana, le credenze e la psicologia di un'intera comunità. Queste pagine ci fanno rivivere un capitolo centrale dell'Inquisizione; soprattutto, attraverso i processi e gli interrogatori raccontati da Le Roy Ladurie possiamo penetrare in quel perturbante immaginario medievale di paure e superstizioni che, come un fi ume sotterraneo, ha continuato a scorrere fino ai nostri giorni.
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Storia culturale della canzone italiana
Il Saggiatore, 31/01/2019
Abstract: Tutti sappiamo – o pensiamo di sapere – che cos'è la canzone italiana. Ne parliamo con gli amici guardando Sanremo, la ascoltiamo su Spotify o su vinile, la cantiamo sotto la doccia, la amiamo, la odiamo, o tutt'e due le cose insieme. Ma che cosa rende "italiana" una canzone? "Felicità", siamo tutti d'accordo, suona come una tipica "canzone italiana", al punto che potremmo definirla "all'italiana". E allora "Via con me" di Paolo Conte, coeva eppure lontana miglia e miglia dal successo sanremese di Al Bano e Romina, non lo è? O forse lo è meno, con quello swing americano e quella voce roca?Jacopo Tomatis parte da qui, dal ripensamento delle idee più diffuse sulla canzone italiana ("canzone italiana come melodia", "canzone italiana come specchio della nazione", "canzone italiana come colonna sonora del suo tempo"), per scriverne una nuova storia. Fatta circolare su spartito o su rivista, trasmessa dalla radio, suonata da dischi e juke box, al cinema e alla tv, in concerti e festival, la canzone è stata, per un pubblico sempre più giovane, il punto di partenza per definire la propria identità (su una pista da ballo come nell'intimità della propria stanza), per fare musica e per parlare di musica. E allora hanno qualcosa da dirci non solo "Vola colomba", "Il cielo in una stanza", "Impressioni di settembre", "La canzone del sole", "Preghiera in gennaio", ma anche i nostri discorsi su queste canzoni, come le ascoltiamo, come le suoniamo, come le ricordiamo.Storia culturale della canzone italiana ripercorre i generi e le vicende della popular music in Italia ribaltando la prospettiva: osservando come la cultura abbia pensato la canzone, quale ruolo la canzone abbia avuto nella cultura e come questo sia mutato nel tempo – dal Quartetto Cetra agli urlatori, da Gino Paoli al Nuovo Canzoniere Italiano, da De Gregori a Ghali. Con la consapevolezza e l'ambizione che fare una storia della canzone in Italia non significa semplicemente raccontare la musica italiana, ma contribuire con un tassello importante a una storia culturale del nostro paese. Del resto, quando parliamo di musica non parliamo mai solo di musica.
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Il sovversivo. Vita e morte dell'anarchico Serantini
Il Saggiatore, 24/01/2019
Abstract: Pisa, 7 maggio 1972, ore 9.45. Franco Serantini, vent'anni, muore in carcere dopo essere stato trattenuto e interrogato per due notti e un giorno, senza ricevere le cure di cui ha un evidente bisogno.Due giorni prima, nel centro della città, una manifestazione degenera in guerriglia urbana, tra barricate, molotov, fumi di lacrimogeni. All'angolo tra Lungarno Gambacorti e via Mazzini, Franco – che è solo come sempre – viene accerchiato e aggredito da una decina di poliziotti suoi coetanei, tempestato di calci, pugni e manganellate con una ferocia che non risparmia neppure un lembo del suo corpo.Fino ad allora quella di Franco Serantini è stata un'esistenza priva di luce, trascorsa nella più assoluta povertà e assenza di affetti. La sua storia è quella di un orfano che ha perso anche la madre adottiva, costretto a passare da un brefotrofio a un istituto, fino a ritrovarsi in riformatorio a Pisa anche se non ha commesso alcun reato. Proprio qui, in una città che gli appare come un bellissimo teatro, perso fra tanti altri ragazzi, Franco vive i suoi anni più felici. Gli ultimi.Sembra la trama di un romanzo ottocentesco, ma nel Sovversivo l'indagine sulla morte dell'anarchico Serantini è condotta attraverso un coro di documenti e testimonianze reali, componendo una narrazione civile di limpido rigore e grande partecipazione emotiva. Come sempre accade nelle opere di Corrado Stajano, la vicenda di un solo individuo svela il male di un paese intero, e nel corpo di un ragazzo si rintracciano i segni di un tempo spietato, lacerato dai conflitti politici e sociali.Rileggere le pagine dedicate a Serantini, qui proposte con gli straordinari disegni di Costantino Nivola, significa riportare alla memoria anche i volti di Carlo Giuliani, Federico Aldrovandi, Stefano Cucchi. Storie di oggi: soprusi delle forze di polizia, depistaggi giudiziari, giovani vite finite che mettono sotto accusa uno Stato incapace di processare se stesso, e raccontano la notte di una democrazia che abdica violentemente alle proprie regole.
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Casa di carte. La letteratura italiana dal boom ai social
Il Saggiatore, 24/01/2019
Abstract: Moribonda è la critica letteraria. La sua è un'agonia loquace, che si esprime in una querula corrente di elzeviri, recensioni e monografie, su siti e social network, tra le pagine di libri, quotidiani e settimanali. Pagine che, analizzate come un unico testo, assomigliano sempre più a un certificato di morte, o meglio, all'autocertificazione di un decesso. I luoghi del delitto sono facoltà umanistiche divenute conventicole di iniziati, dediti a riti vacui espressi in gerghi oscuri; sono redazioni di giornali troppo vicine a redazioni editoriali, in cui è decaduta la pratica essenziale della stroncatura. Tra i congiurati, oltre ai critici stessi, i lettori poco inclini ad aprirsi a un rapporto vitale con l'opera, e assai più disposti a trattarla come un orpello.Matteo Marchesini si muove da intruso tra le figure umbratili dell'"industria culturale". È critico, poeta, narratore. Affronta i libri altrui senza la fatua enfasi del giornalista, ma non è neppure un accademico: è uno scrittore che parla di letteratura e, attraverso la letteratura, del mondo. Pratica con pungente intelligenza l'arte della stroncatura e della satira, destinate a scagliarsi contro lo status quo, ovvero contro gli autori-monumento; ed è questa la ragione per cui Casa di carte ha incontrato grandi ostacoli prima di essere pubblicato.I saggi che lo compongono sono una reazione chimica al presente, un presente che affonda le sue radici nella metamorfosi del boom economico, di cui Marchesini analizza gli esiti letterari più emblematici: da Bassani che visse quegli anni come un tramonto a Pasolini che li attraversò in trionfo, subendoli però come un insulto. Mentre si avvicina all'oggi, ridiscute un canone accettato ormai come un dato geologico, profanando primati intoccabili (Gadda, Montale) e riappropriandosi di autori perduti; ritrova i sintomi di un male antico nei testi contemporanei, e indica alcuni antidoti. Marchesini si assume così il compito di ogni vero scrittore: quello di costruire da sé la propria tradizione, di parlare dal suo interno dopo averla eletta a dimora. Perché la letteratura è un luogo da plasmare e abitare: è una casa di carte.
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Il Saggiatore, 07/02/2019
Abstract: C'è un paese che non c'è. Al centro di una valle nebbiosa, circondato da un bosco dai cui rami scheletrici penzolano cadaveri di impiccati, il paese – un nucleo isolato di case in rovina, una locanda, un bagno pubblico – vive una non-vita immota e immutabile, congelata in un'eterna ripetizione di gesti, riti, culti. L'inverno è lungo, l'estate corta, le gravidanze durano due anni: nemmeno i bambini vogliono nascere, nella valle della Verhovina.Nulla turba questa quiete che non è un letargo; è un coma: gli abitanti – il capo della brigata per il controllo delle acque, Anatol Korkodus; il giovane Adam, uscito dal penitenziario di Monor Gledin per aiutare il brigadiere nelle sue mansioni; la curatrice Nika Karanika, che sa resuscitare i morti; la sarta Aliwanka, che predice il futuro nei fazzoletti inzuppati di lacrime – aspettano; aspettano che in paese arrivi qualcuno, ma non arriva mai nessuno, e quei pochi che arrivano se ne vanno, o scompaiono, o si gettano nelle acque della sorgente numero due, dove tutto ciò che cade "diventa blu, e dopo un po' di tempo vi si deposita sopra una specie di cristallo blu in aghi appuntiti". Anche gli uccelli sono spariti: sono volati via, un giorno, e non sono più tornati.Ultimo romanzo di Ádám Bodor, "l'autore più spietato, più crudele della letteratura contemporanea est-europea" nelle parole di László Krasznahorkai, Boscomatto è una successione di tavole bruegeliane in cui le situazioni si ripetono in modo ossessivo, come se i personaggi – lunga teoria di figure sole e disperate, accomunate da un desiderio perennemente frustrato di contatto umano – fossero condannati a replicare senza sosta i gesti di una farsa insensata. Del resto, nella valle della Verhovina non esistono passato, presente e futuro; il filo del tempo è un cappio e ogni vita, congelata nel ghiaccio, è un fossile imperfetto che ci arriva dalla fine dei giorni, alla cui sorte siamo tutti fraterni.
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Le galanti. Quasi un'autobiografia
Il Saggiatore, 14/02/2019
Abstract: "La letteratura è un grattacielo nel deserto, un atrio nobiliare abitato da fantasmi, una galleria d'arte con pareti d'alabastro, pellucide, lattescenti, dove file interminabili di quadri ci trafiggono la vista, riempiendo lo spazio di volti e scenografie sfuggenti. A frotte compaiono davanti ai nostri occhi, ci disorientano, ammiccano verso di noi, ci traggono in inganno. È in quel momento, quando incrociamo il loro sguardo, che la galleria si tramuta in una stanza degli specchi: ogni cornice, a ben vedere, raccoglie al suo interno un'immagine di noi, e allora seguiamo il nostro doppio, con la coda dell'occhio lo pediniamo mentre svolta in un caleidoscopio senza fondo.È questo lo scenario allestito da Filippo Tuena nelle Galanti: una Wunderkammer sorprendente di storie, immagini, ricordi, incontri amorosi, le cui stanze hanno ornamenti Rococò, baldacchini ottocenteschi, ceramiche protocorinzie e lampadari Art Nouveau. Chi vi entra può scorgervi il passo agguerrito di Ulisse, gli occhi avvitati al passato di Van Gogh, i fianchi sensuali dell'Ermafrodito. Qui Roma brucia ancora una volta e crollano le alte mura di Troia, l'Italia è invasa dai nazisti e la Medusa di Géricault veleggia verso l'ignoto – mentre lì vicino, a pochi metri di distanza, si consumano feste galanti in cui coppie di giovani amanti si avvinghiano sul talamo del più sfrenato erotismo.Un'opera-mondo, Le galanti, che ha il gusto della storia umana e il sapore dell'introspezione biografica. In queste pagine Filippo Tuena ha convocato tutte le sue muse artistiche, letterarie e pittoriche, da Michelangelo a Velázquez, da Venere alle Sirene omeriche, da Bernini a Stendhal, per raccontare le loro storie e farci scoprire come le ha incontrate; e ha riavvolto i fili di tutti gli amori di una vita: quelli passionali, quelli drammatici e quelli consumati solo nella luce fioca della letteratura. Un viaggio diurno e notturno fatto di narrazioni, ekphrasis raffinate, poesie e riflessioni accumulate nell'arco di una vita intera. Diventate libri, a volte, altre volte invece rimaste in apnea nella ghiacciaia dell'immaginazione, e raccolte tutte qui – mutata veste – nella loro dialogante complessità, a comporre il libro definitivo di un autore magistrale."
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I miei occhi sul mondo. Scritti di viaggio
Il Saggiatore, 14/02/2019
Abstract: Le piste carovaniere del deserto iraniano; i passi tra le montagne del Kurdistan calpestati dalle armate di Alessandro Magno; le strade verso l'antica città di Ur, spazzate da tempeste di sabbia; le mulattiere afghane da cui si scorgono i monti azzurri dell'Hindu Kush; ma anche i vicoli stretti e ripidi di Lisbona, le autostrade americane dritte e frenetiche e i sentieri sinuosi dell'isola di Nantucket. Queste e molte altre sono le innumerevoli strade percorse e raccontate da Annemarie Schwarzenbach nel suo vagabondare tra i continenti.Scrittrice, fotografa, intellettuale bohémien impegnata contro il nazionalsocialismo, Annemarie è posseduta da un animo inquieto, un desiderio bruciante di vedere i nomi delle carte geografiche trasformarsi davanti agli occhi in paesaggi vivi, fatti di montagne, coste, villaggi, città, uomini e donne straordinari. Ma ogni viaggio è anche accompagnato da un male oscuro, una lacerazione dell'anima, e dal tormento per un'Europa oppressa dalla dittatura nazista, Europa che per lei non è solo una patria che la attrae e la respinge, ma un ideale ormai giunto alla crisi definitiva, a cui il suo pensiero ritorna di continuo.I miei occhi sul mondo raccoglie una scelta di testi e articoli, molti dei quali inediti, che attraversano anni e continenti seguendo il percorso di una lingua in costante mutazione. Una scrittura, quella di Annemarie Schwarzenbach, che vive e respira attraverso lo sguardo, capace di fotografare la vitalità e la speranza degli Stati Uniti durante la rielezione di Roosevelt, il sole che sfolgora su una casa da tè sulle montagne persiane o la semplice felicità di vagabondare sotto il vasto cielo di Maiorca.
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Fisica della lavatrice. Il meraviglioso mondo degli oggetti che ci circondano
Il Saggiatore, 21/02/2019
Abstract: Il vetro attraverso cui passa la luce che ci sveglia al mattino, la fetta di pane tostato con cui facciamo colazione, i jeans che indossiamo per uscire di casa, le ruote della bici che sostengono il nostro peso mentre torniamo dal lavoro, il palazzo tra le cui mura ci addormentiamo la sera: ogni singolo oggetto del nostro quotidiano funziona e opera grazie alle leggi della fisica, della chimica e della biologia, in modi che di solito ignoriamo completamente.Fisica della lavatrice ci porta a scoprire la scienza segreta degli oggetti di ogni giorno: dall'energia cinetica che permette alla macchina di avanzare nel traffico alle leve nascoste in asce, martelli e perfino rotoli di carta igienica; dalla fotodegradazione che stinge le nostre magliette preferite all'elasticità delle scricchiolanti assi di legno del pavimento; dai fluidi non-newtoniani che ingeriamo abitualmente, come il ketchup, alle microcapsule di colla che rendono così magici i post-it. Un viaggio tra elettricità e forza gravitazionale, termodinamica e relatività, che ci fa guardare da un punto di vista inatteso il nostro microcosmo domestico, con rivelazioni entusiasmanti e nuovi curiosi quesiti, scientificamente fondati: è possibile incendiare casa utilizzando un trapano elettrico? Perché il vento non butta giù i grattacieli? Come mai alcune persone russano e altre no? Perché le scarpe se lucidate durano più a lungo?Grazie a una scrittura limpida ed esaustiva, Chris Woodford ci spalanca le porte delle misteriose forze che collegano le nostre camere da letto alle distese senza fine dello spazio interstellare, e i nostri spazzolini da denti all'origine dell'Universo. Un libro che è un invito a perderci in armadi e garage, cucine e lavastoviglie, radio a transistor e polverosi ripostigli per riemergerne più consapevoli – e affascinati – dell'incredibile potenza che si nasconde dietro a tutto ciò che ci circonda.
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L'idiota della famiglia. Gustave Flaubert dal 1821 al 1857
Il Saggiatore, 21/02/2019
Abstract: Jean-Paul Sartre manifestò fin da bambino la sua ossessione per Gustave Flaubert imparando a memoria le pagine finali di Madame Bovary. La sua ammirazione divenne astio quando, ormai adulto, riconobbe nel romanziere di Salammbô un esteta borghese, connivente con la classe cui apparteneva e che pure disprezzava. Volle vedere in Flaubert un avversario, il suo opposto intellettuale e politico; quell'opposto che, come è noto, tanto somiglia all'immagine restituita dallo specchio. Forse per questo Sartre accettò di inseguire l'ombra dell'altro scrittore in una magistrale biografia, di trattare il proprio contrario con l'empatia necessaria a comporre un ritratto che fosse anche un riflesso traviato di sé.Chi era dunque Gustave Flaubert? L'idiota della famiglia, un bambino preda di lunghi stati d'assenza stuporosa, lo sguardo perso a inseguire miraggi? Oppure, per chi lo conobbe adolescente, l'istrionico attore mancato, il guitto maldestro gravato dalla dannazione di suscitare il riso? O forse l'incurabile nevrotico dell'epistolario, che accarezzava con la mente la corolla di tenebre delle sue malinconie, senza mai lasciarne sfiorire i petali? E come ha potuto divenire un genio quel bambino che i genitori e il fratello avevano destinato a una vita da ebete?Libro eretico e inclassificabile, ridefinizione dell'etica sartriana della libertà, cruciale incontro tra due giganti della letteratura francese, L'idiota della famiglia – cui si aggiunge oggi la penetrante prefazione di Massimo Recalcati – è un viaggio nel dedalo della psiche flaubertiana, nell'arte come via di fuga e rieducazione sentimentale, nell'anomalia claustrofobica della scrittura; ed è insieme un tentativo di chiarire in che modo la storia, la società, il contesto familiare – in una parola, l'Altro – diano forma alla vacillante sintesi di un individuo. Al fondo di tutto, un'unica, enorme domanda: che cosa si può sapere davvero di un uomo?
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Il Saggiatore, 28/02/2019
Abstract: "Ho vissuto molte vite dentro questo corpo. Ho vissuto molte vite prima che mi mettessero in questo corpo. Vivrò molte vite quando me ne tireranno fuori."Ada è nata in Nigeria, in un villaggio di terra rossa, ma a diciotto anni si è trasferita negli Stati Uniti per studiare. È un'adolescente come tante: frequenta le lezioni, esce a ballare, si ubriaca, si innamora. Ma Ada è un'adolescente come nessun'altra. La sua mente è abitata da presenze oscure: non sono le paure che assediano ogni coscienza umana, ma spiriti ancestrali della sua terra, reali quanto i compagni di college con cui passa le serate. Questi spiriti l'hanno seguita nel mondo quando è nata e sono rimasti intrappolati dentro di lei. Qui dimorano e combattono e offrono sacrifici di carne alla dea serpente che li ha partoriti, ma quando un evento traumatico minaccia di distruggere questo fragile equilibrio, gli spiriti prenderanno il sopravvento e non si fermeranno davanti a niente pur di difendere la loro Ada.
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Breve storia dell'inconscio. Esploratori della mente nascosta da Leibniz a Hitchcock
Il Saggiatore, 07/03/2019
Abstract: Mistici e poeti, filosofi e scienziati hanno esplorato nei secoli l'oscuro padrone delle nostre vite: l'inconscio. Per primo ne scrisse sant'Agostino; poi fu oggetto di una disputa tra Leibniz e Locke; quindi vennero le esperienze di Coleridge e Baudelaire con l'oppio e i primi esperimenti con l'ipnosi. All'inizio del Novecento Freud lo mise al centro di ogni attività psichica, ma sul finire del secolo diventò cruciale anche per i modelli della mente proposti dalle neuroscienze cognitive.L'inconscio appartiene a ogni concezione dell'essere umano e abita in forme infinite il nostro immaginario. Ha ispirato l'arte, la letteratura, la musica, il cinema: da Breton a Bacon, da Bataille a Burroughs, da Stravinsky ai Judas Priest, da Hitchcock a Kubrick. Non solo. La ricerca di modelli della mente non dominati dalla coscienza segna la nascita dell'informatica e le neuroscienze contemporeanee. Come insegna Damasio, il nostro cervello conserva una quantità infinita di informazioni e continua a processarle inconsciamente.La tesi di Frank Tallis è che, pur da prospettive diverse, psicoanalisti, cognitivisti e neuroscienziati sono uniti nel sostenere che eventi che accadono al di fuori della nostra consapevolezza (compresi gli auto-inganni, le prime impressioni e le influenze subliminali) sono tra le principali determinanti del comportamento umano. Tallis si spinge ancora più in là, sostenendo che una certa idea di inconscio può unificare tradizione occidentale e sensibilità orientale, l'illusorietà della coscienza smascherata dalle neuroscienze e l'irrealtà del Sé predicata dal buddhismo.Breve storia dell'inconscio attraversa secoli di storia facendo vivere al lettore l'avventura dell'uomo che impara a conoscere la sua "mente nascosta". Con prosa brillante e affidabilità scientifica, Tallis racconta il sorprendente viaggio delle nostre convinzioni: se i contemporanei di Freud non potevano concepire che gran parte della vita umana fosse condizionata da qualcosa di nascosto, oggi fatichiamo a credere il contrario. Perché, come scriveva lo psicoanalista viennese, "lo psichico è inconscio, e l'inconscio è il vero psichico".
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L'illusione della crescita. Perché le nazioni possono essere ricche senza rinunciare alla felicità
Il Saggiatore, 28/02/2019
Abstract: "L'imperativo della nostra economia è la crescita – continua, inarrestabile, vertiginosa. È il metro con cui giudichiamo il valore delle nostre società e il prodotto interno lordo è il suo indicatore principale, lo specchio magico che ci dice quanto le nostre economie sono belle e sane, senza dirci nulla su quanto stiamo bene noi e quanto staranno bene i nostri figli. La realtà è molto diversa da quella raccontata dal Pil: trasformare l'economia in una gara a chi produce di più ha portato a conseguenze disastrose, alla devastazione dell'ambiente, allo sfruttamento di mezzo mondo, alla disoccupazione di massa; in una parola, all'infelicità.Con L'illusione della crescita David Pilling ci propone un'idea straordinariamente semplice e rivoluzionaria: le nazioni non devono scegliere tra la ricchezza e la felicità, l'una non esclude l'altra. La qualità della vita, la salvaguardia dell'ambiente e perfino la serenità individuale non sono optional, ma beni essenziali perché una nazione possa davvero definirsi ricca. Con un vero e proprio viaggio intorno al mondo Pilling si mette sulle tracce di nuovi parametri per calcolare e definire il concetto di ricchezza: visita prestigiosi istituti di ricerca occidentali e remoti uffici statistici, cammina per le capitali emergenti del continente africano come per le grandi città industriali cinesi, parla con economisti, politici e lavoratori. Tutti concordano sulla necessità di un cambiamento radicale nel modo di pensare l'economia, tutti caldeggiano l'adozione di un paradigma alternativo rispetto all'attuale.Con proposte che spaziano dall'inserire nel bilancio di una nazione il valore delle risorse naturali al calcolare gli indici di felicità dei suoi abitanti, David Pilling consegna nelle nostre mani il libro che, se solo lo vorremo, potrà diventare il testo sacro per il nostro futuro."
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Ai limiti dell'impossibile. Forme tragiche in letteratura
Il Saggiatore, 21/03/2019
Abstract: "Buio in sala, va in scena la tragedia. Anche dopo la morte degli dèi, abbiamo continuato a rappresentare sul palco le debolezze, le ossessioni e le paure del genere umano. Che si trattasse di gloriosi condottieri romani spezzati tra il senso dell'onore e l'umiliazione amorosa, di compositori in affari con il diavolo per inseguire i desideri più oscuri o dell'ultimo individuo rimasto in una città in cui tutti si vanno trasformando in rinoceronti, nei secoli abbiamo ideato travestimenti sempre più complessi per raccontare il caos dell'esistenza. Ed è proprio scavando in quelle battute, in quei monologhi, in quegli scambi drammatici che è possibile accedere a una verità più scomoda – e tanto più preziosa – sulla nostra libertà e sulla nostra finitezza.Per la prima volta edito in Italia, Ai limiti dell'impossibile di Joyce Carol Oates è un'indagine degli abissi umani attraverso le forme del tragico, condotta da una delle voci più visionarie e penetranti della narrativa americana contemporanea. Oates si contrappone alle lamentazioni in morte della tragedia levate dai critici e perlustra le strade della letteratura alla ricerca delle caratteristiche del genere, scoprendo non solo prospettive originali su figure celebri come Ivàn Karamazov e le "tre sorelle" di Cˇechov, ma anche e soprattutto i limiti tragici dell'umanità. Il suo è un viaggio con la scrittura nella scrittura, tra violenza e passione, isolamento e perdita dell'io, per arrivare a svelare, al di là delle maschere e dei personaggi che ci siamo creati, chi siamo realmente. Per provare a dire cos'è la sofferenza, cosa il nulla e il vuoto di senso, cosa la morte.Joyce Carol Oates affila la fredda lama della sua prosa sulla mola dei testi del passato − dallo shakespeariano Troilo e Cressida ai romanzi di Melville, dalla poesia di W.B.Yeats al teatro dell'assurdo di Beckett e Ionesco − per arrivare a rivelare, con tagli chirurgici e precisi, la tenebra e le ossessioni del nostro mondo. A metà tra saggio critico ed esplorazione letteraria, Ai limiti dell'impossibile è un'opera catacombale; un tavolo di obitorio sul quale il volto degli eroi tragici si trasfigura in incubi che solo la scrittura sa partorire."
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I tre fratelli che non dormivano mai e altre storie di disturbi del sonno
Il Saggiatore, 07/03/2019
Abstract: Nulla è più misterioso della nostra mente quando dormiamo. Accadono infatti cose che neanche la fervida fantasia di un grande scrittore saprebbe immaginare, e molte sono le domande che tutti ci facciamo, senza però trovare risposta. Com'è possibile guidare una macchina, parlare lingue misteriose o camminare per ore durante il sonno? Da dove vengono quelle inquietanti visioni di demoni, folletti e spettri che infestano la nostra stanza? Che cosa spinge i bambini a gridare terrorizzati nel cuore della notte? Perché alcune volte abbiamo l'impressione di cadere da una sedia e ci svegliamo? Il neurologo Giuseppe Plazzi ci apre le porte del suo laboratorio, dove ogni giorno pazienti con disturbi del sonno rari e affascinanti – oppure molto diffusi, come il sonnambulismo, l'insonnia, il terrore notturno e la sindrome delle gambe senza riposo – riscrivono i limiti scientifici delle nostre conoscenze e, forse, della nostra realtà.Tre fratelli affetti da un'insonnia letale, un frate perseguitato dal diavolo, un uomo capace di volare, una donna tormentata da fantasmi col collo lungo, un giovane sonnambulo colpito da una mutazione genetica, le acrobazie sessuali di una coppia durante il sonno, un intero paese caduto in letargo: sono soltanto alcune delle molte storie raccolte in queste pagine dal dottor Plazzi, dalle quali emerge un universo notturno costellato di sogni, incubi, allucinazioni, capacità soprannaturali e imbarazzanti risvegli in cui ogni lettore, con sorpresa, non faticherà nel suo piccolo a riconoscersi.Un'opera dal ritmo romanzesco e dalla temperatura letteraria – nel solco della tradizione di Oliver Sacks –, spaventosa a volte, altre volte divertente, grazie alla quale scoprire gli angoli più bui delle nostre notti, capire i meccanismi segreti del sonno e acquisire una consapevolezza preziosa: neanche solcando tutti i mari, guadando tutti i fiumi, attraversando tutte le terre o arrampicandoci sulle più impervie cime che punteggiano questo mondo riusciremmo a vedere tante cose quante il nostro cervello è in grado di mettere in scena in una notte.
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Il discorso del potere. Il premio Nobel per l'economia tra scienza, ideologia e politica
Il Saggiatore, 14/03/2019
Abstract: Il prestigioso premio Nobel è universalmente riconosciuto come la più alta onorificenza scientifica e culturale del nostro tempo. Ma il "premio per l'Economia in memoria di Alfred Nobel", nato successivamente su iniziativa della Banca di Svezia, fin dall'inizio ha suscitato polemiche e contestazioni, persino tra gli stessi vincitori. Con questo premio aggiuntivo, infatti, la scienza economica è stata collocata sullo stesso piano della fisica, della chimica e della medicina, ossia di quegli ambiti della ricerca che Alfred Nobel reputava "i maggiori servizi resi all'umanità". È lecita questa equiparazione? E soprattutto: perché nella scelta dei vincitori l'Accademia delle scienze di Svezia finora ha premiato quasi soltanto la teoria neoclassica dominante, che da decenni plasma il linguaggio della politica e orienta le scelte economiche dei governi?Emiliano Brancaccio e Giacomo Bracci si pongono un obiettivo ambizioso: analizzare e smontare questo "discorso del potere". Ripercorrendo la storia dei vincitori del Nobel per l'Economia dall'inizio del secolo a oggi, portano alla luce tutti i limiti di un premio che sembra orientato a sostenere un unico paradigma teorico e politico anche quando viene seccamente smentito dalla realtà dei fatti. Alla fine di questo percorso gli autori sollevano una domanda maliziosa: per il bene del progresso scientifico e umano, sarà forse il caso di abolire il premio Nobel per l'Economia?Il discorso del potere è una critica documentata dei rapporti tra la scienza, l'ideologia e la politica economica che dominano il nostro tempo, e ci insegna che un approccio più rigoroso e più realistico ai problemi economici è possibile. Anzi, necessario.