Trovati 847439 documenti.
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Pelago, 29/08/2023
Abstract: Quando si cerca di capire la natura di concetti fondamentali come la verità, e ci si impegna a trovare le leggi che li definiscono, è facile imbattersi in paradossi come quello del Mentitore. Situazioni paradossali si incontrano anche quando oggetto di esame sono fenomeni primi come la conoscenza. In questo volume sono trattati due paradossi della conoscenza. Quello della Conoscibilità, chiamato anche paradosso dell'onniscienza perché dalla semplice ipotesi che è possibile conoscere ciò che è vero segue, in base alle leggi del conoscere, che conosciamo tutto. E il paradosso del Conoscitore: come il mentitore dice di dire il falso, così il conoscitore dice di conoscere l'inconoscibile. L'analisi dei due paradossi, che sono strettamente intrecciati, consente di gettare lo sguardo su questioni fondamentali concernenti la natura della verità e la conoscenza della realtà.
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Commodo. Il ritorno delle congiure
Pelago, 30/09/2023
Abstract: A soli quindici anni di età, Commodo fu il più giovane console della storia di Roma. Alla morte improvvisa del padre Marco Aurelio, ereditò, diciannovenne, il trono e apparve subito come un principe sotto tutela che manifestava tutti i presagi del cattivo imperatore. Per prima cosa si liberò dei consiglieri del padre per avere mano libera nelle sue azioni, che a Roma erano dirette in particolare a ingraziarsi i favori del popolo. Poco incline alle campagne militari, rinunciò a espandere l'impero a oriente, ma dovette fare i conti con una serie di ribellioni e di diserzioni in massa nelle province occidentali, che riuscì a domare, autoconferendosi il titolo di pacificatore del mondo. Altrettanto poco incline alla gestione diretta della cosa pubblica, trasferì parte dei suoi poteri a persone del suo ambiente domestico – come Saotero prima e Cleandro poi –, estromettendo così il Senato. La reazione dell'aristocrazia generò più di una congiura nei suoi confronti, prima fra tutte quella ordita dalla sorella Lucilla, dalle quali uscì indenne.
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Il paradosso di San Pietroburgo
Pelago, 29/08/2023
Abstract: Il Paradosso di San Pietroburgo fu formulato nel Settecento, alcuni decenni dopo la nascita della teoria matematica della probabilità. Uno dei giochi d'azzardo in voga nella Russia zarista diede origine a un vero e proprio paradosso. La teoria prevede che un giocatore, per parteciparvi, dovrebbe essere disposto a pagare una somma comunque elevata, mentre, nella realtà, nessuno punterebbe una quantità di denaro anche poco più che modesta. In questo volume si mette a confronto il Paradosso di San Pietroburgo con altri della stessa natura, si illustra come se ne può uscire (si evita l'uso del concetto di speranza matematica e si impiega quello di utilità, il quale si è in seguito rivelato molto importante in economia) e vengono prese in esame varie rilevanti applicazioni della speranza matematica. Infine, viene presentata un'esposizione commentata della famosa "scommessa" di Blaise Pascal.
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I paradossi della credenza razionale
Pelago, 29/08/2023
Abstract: Pensiamo di sapere molte cose, anche se sappiamo di poterci sempre sbagliare nel credere qualcosa di falso. Anche nella scienza l'errore è in agguato: gli scienziati accettano oggi le loro teorie sapendo che potrebbero essere costretti a cambiarle domani. In una parola, la conoscenza umana è "fallibile". Capire cosa questo significhi è un problema tradizionale della teoria della conoscenza e della filosofia della scienza, che oggi impegna anche logici, matematici e statistici. I paradossi della Lotteria e della Prefazione presentati in questo volume mettono alla prova le nostre intuizioni su alcuni concetti fondamentali, come quello di verità, certezza, probabilità e razionalità, sollevando un problema cruciale: se, e come, sia possibile avere credenze che siano allo stesso tempo razionali e fallibili.
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Diocleziano. La tetrarchia e le nuove capitali
Pelago, 30/09/2023
Abstract: Nel governo di Diocleziano si passò dalla monarchia alla diarchia, con due imperatori che gestivano l'Oriente e l'Occidente, e quindi alla tetrarchia, con i due Cesari che affiancavano i due Augusti. Roma rimase caput mundi di nome, ma le sedi del potere furono spostate in quattro nuove capitali, Nicomedia in Asia Minore, Mediolanum, Sirmio nell'Illirico e Treviri in Germania. Questa suddivisione dell'impero aiutò a pacificare le due frontiere più calde, quella danubiana e quella persiana, portando le province da quarantotto a centonove, governate da una pletora di funzionari nel segno del terrore per spegnere ogni tentativo di rivolta. La situazione interna fu gestita da Diocleziano con una serie di riforme amministrative e monetarie che raggiunsero solo in parte il loro scopo.La tetrarchia di Diocleziano fu legittimata dalla potenza divina di cui gli imperatori si ammantarono e che trasformò il princeps in un dominus dall'immagine orientalizzante, signore e padrone dell'impero, sempre più distante dal popolo e a capo di un'oligarchia di ministri a lui fedeli. Ma la tetrarchia, che moltiplicava per quattro i tentativi di successione e di presa del potere con conseguenti alleanze e conflitti incrociati, si rivelò subito molto fragile e incontrollabile: non sarebbe sopravvissuta a Diocleziano, che dal suo palazzo imperiale di Spalato assistette alla frana di un mondo che avrebbe voluto governato dagli dèi e dal quale era sempre più lontano.
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L'anarchia militare. E la crisi del III secolo
Pelago, 30/09/2023
Abstract: Diciassette imperatori in cinquant'anni, quasi tutti assassinati, rimasti al potere a volte solo poche settimane e mai per più di otto anni. È questo il periodo detto dell'anarchia militare, tra il 235 e l'avvento di Diocleziano nel 285, caratterizzato dal disordine governativo e dalla centralità della componente militare nella gestione del potere e dello Stato. E nel quale, tra un imperatore "ufficiale" e un altro si verificavano ininterrotti tentativi di usurpazione con le armi. Tra gli imperatori che si succedettero, Massimino il Trace, Gordiano III, Filippo l'Arabo, Valeriano, Gallieno, Claudio il Gotico e Decio, quest'ultimo noto per le persecuzioni contro i cristiani e primo imperatore romano a essere ucciso in battaglia. In questo contesto si verificarono saccheggi, epidemie e crisi economiche, queste ultime dovute anche agli aumenti delle tasse necessari a mantenere gli eserciti sempre in azione per motivi interni ed esterni. Gli "imperatori soldato" si impegnarono però strenuamente nella difesa dell'impero e nella salvaguardia della romanità, arrivando a immolare la loro vita e quella dei loro figli contro il nemico o gli usurpatori. Riuscirono a bloccare quindi la forte spinta alla frantumazione del territorio in più aree geografiche sotto diversi dominatori locali, con il risultato in definitiva di mantenere l'unità dell'impero.
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Caracalla. Dal Principato al governo dei despoti
Pelago, 30/09/2023
Abstract: La dinastia dei Severi fu l'ultima rappresentante del periodo imperiale che va sotto il nome di principato, e riuscì comunque a tenere in piedi l'impero in un momento di crisi e guerre civili. Con Settimio Severo, che prese il potere con le armi, la figura dell'imperatore cominciò a trasformarsi in quella di un monarca sacro, un dominus ac deus, per il quale contava soprattutto l'esercito. Gli succedette il figlio Caracalla, il più famoso della dinastia, uomo di smisurate ambizioni, che per prima cosa soppresse o fece sopprimere il fratello co-imperatore Geta. Anch'egli guardava all'esercito e alla potente guardia pretoriana, per guadagnarsi il favore dei quali non esitò a prosciugare le casse statali. Ma Caracalla è passato alla storia principalmente per l'editto del 212 con cui concesse la cittadinanza romana a quasi tutti gli abitanti dell'impero. Un gesto sulle cui motivazioni gli storici ancora dibattono, dato l'atteggiamento non propriamente filantropico dell'imperatore. Probabilmente agì per motivi fiscali, perché la cittadinanza romana richiedeva il pagamento di ulteriori tasse (che non sopprimevano quelle già imposte ai provinciali); forse per ingraziarsi gli abitanti dei territori lontani, e non ultimi gli stessi dèi, con un gesto di munificenza puramente di facciata. Fu assassinato da un soldato, per motivi mai chiariti.
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Teodosio. La fine dell'Impero Romano unito
Pelago, 30/09/2023
Abstract: Salito al potere dopo la disastrosa sconfitta di Adrianopoli in cui aveva perso la vita l'imperatore Valente, Teodosio fu l'ultimo grande princeps romano in grado di tenere unito l'impero. Costruì la sua immagine cercando il consenso non solo del popolo ma anche dell'esercito; anzi, proprio nell'esercito trovò il sostegno necessario al perseguimento dei suoi obiettivi in campo politico, civile e religioso, oltre che militare. Riuscì a bloccare i popoli barbari che premevano ai confini dell'impero a occidente e a oriente con le armi e con la diplomazia, includendo i Visigoti tra gli alleati, pacificò i Persiani e respinse gli usurpatori del suo trono. Consapevole che garantire l'unità della Chiesa significava assicurare l'unità dell'impero, combatté le eresie molto più che i pagani, divenuti nominalmente fuorilegge con l'Editto di Tessalonica: con il concilio di Costantinopoli mise al bando definitivamente l'eresia ariana, che contava numerosissimi seguaci specie in Oriente e fra i popoli barbari, rappresentando un grave fattore di destabilizzazione. Dovette però sottomettersi al potentissimo vescovo di Milano, Ambrogio, cosa che secondo gli storici cristiani avrebbe sancito la supremazia della Chiesa sull'impero. Alla sua morte divise la gestione dell'impero tra i due figli Arcadio e Onorio, e da quel momento le due parti dell'impero avrebbero seguito due destini diversi.
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Pelago, 30/09/2023
Abstract: A differenza delle altre religioni, il primo cristianesimo non aveva luoghi di culto, cerimonie pubbliche, un calendario sacro né propri cimiteri. Era nato con la discesa sulla Terra del figlio di Dio che predicava l'uguaglianza tra le genti, la filantropia, la fratellanza, la redenzione da un peccato originale per ottenere la salvezza dell'anima nell'aldilà; tutto assolutamente inedito. Niente a che vedere con la religione romana fatta da dèi distanti da rabbonire per motivi più politici che trascendenti. Il cristianesimo era dunque visto come un movimento profondamente sovversivo, che allontanava i fedeli dalla vita pubblica, stranieri rispetto a essa in quanto "cittadini del Cielo". Iniziarono così le persecuzioni per smantellare questa comunità invisibile e, pertanto, profondamente pericolosa. Nel tempo, però, il cristianesimo si era trasformato in un fenomeno visibile che, inserito nel tessuto religioso dell'impero, aveva toccato anche gli strati più alti della società: si era sostituito ai vari culti orientali e pagani e si era dotato di luoghi di culto e di forme di controllo della vita morale dei suoi fedeli e di salde strutture comunitarie. Divenuto un movimento di massa, rese la Chiesa quasi un'alternativa all'impero. Il problema non era più eludibile, meno che mai risolvibile con le persecuzioni. Fu Costantino a comprendere la forza del cristianesimo, realizzando con determinazione l'identificazione dell' Ecclesia con lo Stato, per eliminare la contraddizione di una società cristiana in uno Stato pagano.
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Marco Aurelio. L'ultimo periodo di pace
Pelago, 30/09/2023
Abstract: Filosofo per indole e per cultura, Marco Aurelio fu costretto a governare trascorrendo più tempo sui campi di battaglia che a Roma. Ma lo stoicismo che praticava come disciplina personale gli permise di vestire la corazza del combattente con il senso del dovere e l'obiettivo del bene pubblico sempre in vista. Infatti, per i quasi vent'anni del suo principato, l'ideale dell'impero umanistico già manifestato con il predecessore Antonino Pio si espresse in una prassi di governo che garantì condizioni di pace e prosperità nei territori sotto il dominio di Roma, nonostante le numerose minacce che giungevano dalle frontiere. L'imperatore trionfò sul regno dei Parti e respinse Quadi e Marcomanni che avevano valicato la frontiera danubiana ed erano giunti fino ad Aquileia, minacciando la penisola dopo più di due secoli dalla precedente calata di barbari. E, dove non fu possibile avere la meglio sui nemici usando le armi, ricorse alla diplomazia per dividere i suoi avversari con promesse, doni e onori. Fronteggiò la micidiale epidemia di peste che per anni aveva messo in pericolo l'intero spazio mediterraneo, e sventò le congiure ai suoi danni. A Roma mantenne rapporti positivi con il Senato, moderò il lusso e favorì la moralità pubblica, promosse nuove leggi per i diritti degli schiavi, delle donne, dei figli nei confronti dei genitori. Morì nel corso dell'ultima campagna contro Marcomanni e Sarmati, a fianco dei suoi soldati. Fu tra le ultime figure che sostennero la centralità di Roma e dell'Italia nell'impero, che di lì a poco sarebbe stata messa in crisi aprendo l'era che gli storici definiscono tardoantica.
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Aureliano. La sottomissione dell'Oriente
Pelago, 30/09/2023
Abstract: Militare di carriera, probabilmente del tutto incolto, Aureliano seppe governare dove tanti suoi predecessori avevano fallito. Preso il potere senza spargimento di sangue, cosa rara nei decenni precedenti, iniziò liberando l'Italia dalle incursioni dei barbari e raffreddò il confine danubiano che negli ultimi due secoli aveva rappresentato una perenne minaccia. Ma soprattutto restituì a Roma il dominio sull'Oriente che negli ultimi tempi era stato di fatto assunto dal regno di Palmira, la città siriana che era riuscita a estendere il suo potere fino all'Egitto, il granaio dell'Urbs. Deposta la potente regina Zenobia, Aureliano si riappropriò di quel quadrante geopolitico di enorme importanza strategica. Poi sottomise l'impero delle Gallie, che comprendeva le Spagne e la Britannia, e che durante l'anarchia militare aveva dato luogo alla secessione da Roma, rappresentandone la spina nel fianco occidentale. Oltre ad aver restituito l'unità all'impero, Aureliano si occupò con efficacia del governo. Cinse Roma dalla cerchia di mura che porta il suo nome a otto secoli di distanza da quelle di Servio Tullio, compì riforme economiche, amministrative, giuridiche e nutrì il popolo con elargizioni alimentari. Morì per una banale congiura di cortigiani priva di rilevanza politica.
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Attila. Roma e i popoli dell'Eurasia
Pelago, 30/09/2023
Abstract: Gli Unni, più che un'etnia compatta e omogenea, unita da una storia e un'ascendenza comune, erano un'aggregazione instabile di gruppi il cui elemento di coesione era costituito da un capo e da un comitato dei guerrieri più fedeli. Assunsero uno stile di vita relativamente sedentario e si trasformarono in un'efficiente macchina da guerra finalizzata a estorcere risorse ai loro vicini, fossero altri gruppi di barbari o l'impero romano. Dalla fine del IV secolo, divennero una presenza stabile del sistema di relazioni politiche, militari, culturali ed economiche con l'impero romano, mostrando qualità morali e militari delle quali non sempre i Romani davano prova. Nel 451 il loro re Attila decise di fare guerra all'Occidente, muovendo contro la Gallia. Qui il suo esercito si scontrò ai campi Catalaunici con quello romano-gotico di Teodorico ed Ezio, e quest'ultimo vinse di misura. Attila si diresse allora verso l'Italia dove, dopo aver devastato il Nordest fino a Milano, incontrò papa Leone I e rinunciò a saccheggiare Roma e Ravenna. In realtà aveva raggiunto il suo scopo: dimostrare all'imperatore d'Occidente la vulnerabilità dell'Italia e indurlo a non sottrarsi ai donativi. Morì nel 453 e, pochi anni più tardi, l'impero unno si disgregò per sempre.
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Costantino I. La fondazione di Costantinopoli
Pelago, 30/09/2023
Abstract: Quando Costantino salì al potere come Augusto di Occidente, la tetrarchia esisteva ancora, ma si trovava in profonda crisi, in una vera e propria guerra civile tra gli Augusti, i Cesari e i pretendenti alle successioni, finché, con le vittorie su Massenzio e su Licinio, divenne imperatore unico. Proprio in quest'ultimo periodo abbracciò la fede cristiana, anche se si discute ancora sulla sua conversione al cristianesimo e sulla natura di essa, cioè se fosse dettata da un convincimento religioso o da un motivo di opportunismo politico. Con l'Editto di Milano il cristianesimo era stato già equiparato ai culti pagani sul piano del riconoscimento dei diritti civili; con Costantino si ebbe una decisa svolta nella storia dell'impero romano, della Chiesa cristiana, del cristianesimo e della società medievale e moderna che ne sono scaturite.Tutto ciò mentre a partire dalla seconda metà del III secolo, gli imperatori avevano preferito trasferirsi in capitali amministrative magari provvisorie, più vicine ai confini. Costantino, pur ristabilendo il principio dell'unicità della persona dell'imperatore, dovette prendere atto che l'asse dell'impero era ormai spostato decisamente a oriente: e per questo fondò Costantinopoli. La città si proponeva inequivocabilmente come capitale della pars Orientis, mentre Roma – pur mantenendo intatto il suo prestigio metastorico di caput mundi, era messa in secondo piano rispetto a città come Milano o Ravenna. Costantinopoli era avviata a essere la capitale unica della romanità, cosa che sarebbe stata poi sancita dalla definitiva archiviazione dell'impero di Occidente.
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Galla Placidia. E gli imperatori di Oriente
Pelago, 30/09/2023
Abstract: Figlia di un imperatore (Teodosio), nipote di tre, sorella di due, moglie di un re e di un imperatore, madre di un imperatore e zia di un altro ancora, nonché regina e imperatrice, di fatto e poi di nome, da giovanissima Galla Placidia fu fatta prigioniera dai Visigoti durante il sacco di Roma e ne sposò il re Ataulph. Morto questi, tornò in Italia e sposò l'imperatore Costanzo, mantenendo però forti legami con il popolo germanico di cui aveva fatto parte. Rimasta nuovamente vedova, resse l'impero d'Occidente in nome del figlioletto Valentiniano III, e solo dopo molte complesse vicende ottenne il riconoscimento del suo ruolo dall'imperatore d'Oriente, suo nipote Teodosio II. Riuscì a ingraziarsi il papa, la cui investitura la consacrò guida morale dell'Occidente e fece in modo che Roma tornasse a essere il baricentro di questo impero. Compì importanti riforme giuridiche e tolse alla figura dell'imperatore il privilegio di sottostare soltanto alle leggi divine. Morì a sessantadue anni, e con lei sfumò il sogno della rinascita dell'Occidente.
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Alarico. I barbari, da nemici ad alleati
Pelago, 30/09/2023
Abstract: Fin dal II secolo d.C. i barbari avevano iniziato a premere sui confini dell'impero romano, nel quadro delle loro migrazioni dall'Europa orientale, e i Goti furono i protagonisti della "migrazione" più ampia e significativa. Alla fine del IV secolo i Romani compresero che, più che combatterli, sarebbe stato utile stringere con loro patti di alleanza, usandoli come baluardo contro altre tribù. Il re dei Visigoti Alarico entrò così, insieme ai suoi, al servizio dell'impero e sfruttò abilmente per i suoi scopi le divisioni tra la pars Occidentis e la pars Orientis, sia con le armi sia con la diplomazia ricattatoria che prevedeva elevati compensi per rinunciare a ulteriori invasioni. Il suo obiettivo finale era ambizioso: entrare nel gruppo dirigente dell'esercito romano per assumere incarichi prestigiosi e – forse – candidarsi al trono imperiale. Le cose non andarono in questo modo, perciò Alarico si vide costretto a invadere l'Italia, passando dalle minacce e dai ricatti alle devastazioni, proprio mentre le forze militari romane erano costrette a fronteggiare nuove invasioni barbariche in altri confini dell'impero. La campagna durò dieci anni con alterne vicende, finché nel 410 il re visigoto sferrò l'attacco decisivo al cuore dell'impero: Roma. La città fu saccheggiata per tre giorni, anche se Alarico alternò ferocia e momenti di clemenza, ma il trauma psicologico per l'impero fu di estrema gravità. Lasciata Roma, Alarico si spostò a sud, ma morì presso Cosenza. Il suo popolo si pacificò con l'impero, che non aveva alcuna intenzione di combattere, e ottenne comunque il riconoscimento imperiale per il suo insediamento nella Gallia meridionale e nella penisola iberica.
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Romolo Augusto. La fine dell'impero
Pelago, 30/09/2023
Abstract: Già con il visigoto Ataulfo si era creato, nel 418, il primo regno romano-barbarico indipendente entro il territorio imperiale. A favorire processi di integrazione tra Romani e barbari c'era anche una condivisione di spazi produttivi coattivamente stabilita dal governo romano in segno di ricompensa per il contributo militare dei barbari. Dopo il secondo sacco di Roma del V secolo (455) da parte dei Vandali, si succedettero imperatori dal brevissimo regno ed effimero potere, che si concentrò nella persona del generale Ricimero, il vero kingmaker del periodo. Finché l'ultimo uomo forte sul trono, l'usurpatore Flavio Oreste, tentò la via della legittimazione familiare e assegnò la porpora imperiale al figlio quattordicenne Romolo Augusto, detto, per la giovane età, "Augustolo". Il regno di questi durò dieci mesi: a porvi termine fu il re degli Eruli Odoacre, che nel 476 lo depose. Così finì l'impero romano di Occidente, in seguito a una moltitudine di cause che ancora oggi fanno discutere gli storici: motivi economici e fiscali, religiosi (cristianesimo) e politico-militari (strapotere dei barbari con la complicità degli imperatori d'Oriente).
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Giustiniano. Il sogno di un impero riunificato
Pelago, 30/09/2023
Abstract: Di umili origini, salito al trono come successore dello zio, Giustiniano completò l'opera del fondatore di Costantinopoli, l'imperatore Costantino, facendo di questa città il crocevia del mondo e la capitale di una civiltà, quella bizantina, che sarebbe durata per quasi un millennio fino al saccheggio crociato del 1204 e poi alla conquista ottomana. Insieme alla moglie Teodora, l'arricchì di capolavori dell'arte classica, di templi e monumenti. Il suo lascito più grande è nel famoso Corpus iuris civilis, la raccolta di testi di diritto romano nella quale l'imperatore dettò le sue nuove leggi, preoccupandosi però di armonizzarle coerentemente con quelle antiche. Perseguì con tenacia l'uniformità religiosa, proibendo non soltanto il culto, ma qualunque manifestazione di credenza pagana o non conformista al cristianesimo bizantino, compresa la millenaria scuola filosofica di Atene, che fece chiudere per sempre. Spese immense energie per cercare di riconquistare la pars Occidentis dell'impero, in mano ai regni barbarici, così come l'ex Africa romana, altrettanto barbarizzata. La guerra impegnò il suo esercito per diciotto anni, concentrandosi alla fine sull'Italia e su quella Roma che da tempo aveva perso lo status di capitale. Riuscì a strapparla al re ostrogoto Totila ma, pur avendo recuperato il simbolo più glorioso del lontano passato, non riuscì a consolidare le sue conquiste. Le continue campagne militari, accompagnate da una grave pestilenza, avevano intanto devastato larga parte della Penisola. La tentata riunificazione dell'impero rappresentò così uno spartiacque demografico e l'avvio di una ancor più decisa ruralizzazione per la pars Occidentis, sempre più spopolata.
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I regni romano-barbarici. L'Italia entra nel Medioevo
Pelago, 30/09/2023
Abstract: All'indomani della caduta dell'impero di Occidente sarebbe iniziato un lungo periodo di instabilità per i suoi territori. L'Italia passò di mano più volte, con una successione di regni romano-barbarici. Nel 493 l'erulo Odoacre, che aveva deposto l'ultimo imperatore, fu vinto e ucciso a Ravenna da Teodorico, re degli Ostrogoti, sotto il quale il regno d'Italia sarebbe divenuto la principale potenza territoriale d'Europa. Dopo l'effimero tentativo di Giustiniano di ridare unità all'impero, fu la volta dei Longobardi, che stabilirono un duro dominio esteso all'Italia a nord del Po, alla Toscana e ad alcune ristrette aree del Centro (ducato di Spoleto) e del Sud (ducato di Benevento). Si deve a questo popolo germanico la definitiva subordinazione religiosa del regno al papato romano: nel 728 il sovrano longobardo Liutprando donava al pontefice il castello di Sutri, nel Lazio, facendo nascere il Patrimonium Petri, primo nucleo del potere temporale della Chiesa romana, che avrebbe segnato la storia europea dei successivi mille anni. Intanto, un altro popolo di origine germanica, i Franchi, si era impadronito di tutta la Gallia, e a est dei territori fino al Reno. Con l'avvento al trono di Carlo Magno si ebbe un nuovo cambio di scenario: il re franco conquistò il resto dell'Europa centro-occidentale, Italia compresa, e dette vita a un impero continentale, unificato anche per leggi e moneta, che si poneva al livello dei grandi imperi del passato ma conteneva numerosi elementi di modernità. Il suo regno coincise con un generale risveglio della cultura in tutto l'Occidente: l'elemento "barbarico" dei secoli precedenti era definitivamente concluso.
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Pelago, 20/01/2024
Abstract: Quella delle Termopili non fu una battaglia chiave della Seconda guerra persiana; servì soltanto a ritardare la discesa dell'esercito di Serse in Grecia. Eppure è rimasta nei secoli, e oggi ancora di più, uno degli scontri leggendari della storia. Il sacrificio dei Trecento di Leonida – cui andrebbe aggiunto in onore al merito anche quello di duemila alleati greci – è stato narrato in tutte le possibili forme: dall'antica annalistica alla saggistica, dalla pittura ai film, ai fumetti. È diventato il simbolo del coraggio estremo, dell'obbedienza assoluta alle leggi dello Stato, dell'abnegazione per resistere alla violenza dell'"altro", il "barbaro", il nemico della civiltà. Lo scontro delle Termopili ha anche messo in luce il valore degli Spartani in un momento in cui solo alcune città-Stato greche erano propense a combattere gli invasori persiani, mentre altre erano più inclini ad accettare il loro dominio. E la sua lezione finale è che non conta il risultato, ma come ci si è comportati.
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Pelago, 20/01/2024
Abstract: Waterloo fu l'ultima grande battaglia europea prima del conflitto franco-prussiano del 1870. Napoleone rimase sconfitto in uno scontro che in partenza riteneva già vinto, perché sottovalutò colpevolmente le capacità dei comandanti nemici, e in particolare di Wellington, anche se fu l'armata prussiana alleata con gli inglesi a risultare decisiva. Per Bonaparte rappresentò una disfatta definitiva e senza appello, "una Waterloo" come si sarebbe poi detto. Ma anche se le sorti della battaglia fossero state diverse, Napoleone non avrebbe più avuto alcuna possibilità di successo, poiché non c'erano più le condizioni politiche per proseguire la sua avventura. La sua epoca era finita un anno prima, nel 1814, quando i popoli di tutta Europa, animati dal sentimento nazionale e dalla nuova spiritualità romantica, si erano sollevati contro il predominio francese e contro il suo autoritarismo.La battaglia di Waterloo fu quindi il sigillo militare di una sconfitta politica, anche per questo destinata a rappresentare uno scontro epico ripreso e tramandato dall'arte e dalla letteratura, che contribuirono in modo decisivo ad affermare un mito rimasto vivo fino ai nostri giorni.