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Mondadori, 14/01/2014
Abstract: All'inizio di agosto del 1914 scoppia la prima guerra mondiale. L'Italia rimane estranea alle ostilità fino al 24 maggio 1915, ma le sue responsabilità in relazione al conflitto sono molto gravi e risalgono a qualche tempo prima. Nel 1911 l'Europa è infatti in un sostanziale equilibrio, lo sviluppo economico è tumultuoso e le grandi potenze hanno risolto quasi tutti i loro contrasti coloniali: l'unico elemento di instabilità viene dall'impero ottomano, il cui collasso porterebbe a conseguenze imprevedibili. In particolare è preoccupante la situazione nei Balcani, dove i nazionalismi serbo, bulgaro, greco e rumeno aspirano a un riassetto generale della regione a spese dei territori appartenenti a Costantinopoli. Dopo oltre un quarantennio di pace fra le potenze del continente, è l'Italia che riapre la stagione dei conflitti, invadendo le province ottomane di Tripolitania e Cirenaica. Giolitti, indifferente ai problemi continentali, è alla ricerca di una vittoria militare di prestigio che taciti le opposizioni di destra e rifiuta ogni offerta di cessione di fatto dei territori avanzata da Costantinopoli, conservandone la sovranità nominale, sull'esempio dell'Egitto e dell'Algeria, da anni protettorati inglese e francese. Nasce così l'impresa di Libia, inutile e proditorio attacco all'impero ottomano. La mancanza di una visione strategica da parte dello stato maggiore italiano fa sì che la guerra si trascini per più di un anno e questo induce gli Stati balcanici, Serbia, Bulgaria, Grecia e Montenegro, ad attaccare a loro volta l'impero ottomano. L'esito delle guerre balcaniche porta alla nascita della Grande Serbia, la cui stessa esistenza destabilizza l'Austria-Ungheria, già in crisi per le tensioni nazionalistiche che la attraversano. L'equilibrio europeo è compromesso in modo irrimediabile e a Sarajevo viene accesa la miccia della bomba che l'Italia ha innescato, l'occasione attesa dal governo di Vienna per tentare di ridimensionare l'avversario serbo. Mentre l'Europa si prepara a celebrare i cento anni trascorsi dallo scoppio della prima guerra mondiale, Franco Cardini e Sergio Valzania ricostruiscono la catena di eventi che condusse alla tragedia, evidenziando il ruolo chiave svolto dalla guerra di Libia. Spetta dunque all'Italia l'avere "dato il la" alla finis Europae e al "tramonto dell'Occidente"? "Se è così" scrivono Cardini e Valzania "non vanno comunque dimenticati i molti e gravi problemi ai quali, nel '14, si cercò di rispondere con le armi: quello sociale anzitutto, insieme con quello rappresentato dallo sfruttamento colonialistico al quale la scienza positivistica porgeva l'alibi della superiore civiltà occidentale e del "fardello dell'Uomo Bianco", tanto simile al fagotto del ladro."
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Mondadori, 29/08/2017
Abstract: "Alle 23.30 del 2 giugno, il capitano di vascello William Tennant trasmise il secco messaggio "BEF evacuato" all'ammiraglio Bertram Ramsay, che dirigeva l'operazione Dynamo dal castello di Dover. Si dichiarava in quel momento il pieno successo della maggiore manovra anfibia mai realizzata fino ad allora." In pagine avvincenti come un romanzo d'azione, Franco Cardini e Sergio Valzania ci raccontano come si svolse l'operazione Dynamo: durante la Seconda guerra mondiale, in nove giorni 180.000 soldati inglesi e 140.000 soldati francesi e belgi furono evacuati dalle spiagge e dall'unico molo ancora operativo del porto di Dunkerque, nel Nord della Francia, sotto il costante bombardamento dell'artiglieria tedesca e della Luftwaffe. La decisione di abbandonare il territorio europeo era stata presa dopo che il 20 maggio le avanguardie corazzate tedesche avevano raggiunto la Manica nei pressi di Abbeville e l'intero esercito belga, le due migliori armate francesi e il BEF (il corpo di spedizione britannico) erano stati circondati, spalle al mare. Il loro destino sembrava segnato: una disperata resistenza e poi - esaurite le munizioni, i viveri e il carburante - la resa.Per riuscire in un'impresa di così vaste dimensioni in un contesto tanto ostile, l'ammiragliato inglese ricorse alla collaborazione di tutta la marineria portuale e da diporto britannica, che partecipò con entusiasmo e spirito di sacrificio all'operazione Dynamo con ogni tipo di imbarcazione disponibile, dando vita a una vera e propria epopea. Anche se Churchill ebbe a dire che "non si vincono le guerre con le evacuazioni", l'operazione venne comunque valutata un grande successo, superiore alle più rosee aspettative coltivate dal governo britannico nel momento in cui era stata decisa.I circa 240.000 inglesi inquadrati nelle sette divisioni che componevano il BEF costituivano infatti l'intero esercito inglese per quanto riguardava gli ufficiali, i sottufficiali di carriera e i soldati volontari. La loro perdita avrebbe forse privato la Gran Bretagna della possibilità di continuare da sola la guerra, dopo il collasso della Francia, dato che le sarebbero mancati i quadri di comando e gli istruttori per organizzare un esercito da opporre alle truppe dell'Asse.Quattro anni più tardi, con lo sbarco in Normandia, il 6 giugno, le truppe britanniche metteranno di nuovo piede in Europa per combattere i tedeschi e concludere vittoriosamente la Seconda guerra mondiale.Franco Cardini è professore emerito di Storia medievale presso l'Istituto italiano di Scienze umane e sociali/Scuola normale superiore e Directeur de Recherches nell'École des Hautes Études en Sciences Sociales di Parigi, nonché Fellow della Harvard University. Da Mondadori ha pubblicato: Il Barbarossa, Francesco d'Assisi, La vera storia della Lega lombarda, Quell'antica festa crudele, Alla corte dei papi, Giovanna D'Arco, Il guardiano del Santo Sepolcro (con Simonetta Della Seta) e, con Sergio Valzania, Le radici perdute dell'Europa e La scintilla. Inoltre ha scritto I Re Magi: storia e leggende, Europa e Islam: storia di un malinteso, In Terrasanta: pellegrini italiani tra Medioevo e prima età moderna, L'invenzione dell'Occidente, Il libro delle feste: il cerchio sacro dell'anno, Europa, Europae.
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Mondadori, 13/11/2018
Abstract: Fra il gennaio 1919 e quello del 1920, a Parigi si decise il destino del mondo. Al termine del grande conflitto che secondo la promessa wilsoniana avrebbe dovuto "porre fine a tutte le guerre", in un momento decisivo per un possibile riscatto dopo anni di atrocità, i leader delle quattro potenze vincitrici si riunirono nella capitale francese per discutere i termini della pace: ridisegnare i confini politici e stabilire gli equilibri dell'Europa e del mondo.La trattativa, che avrebbe dovuto creare un ordine fondato sulla giustizia e il rispetto dei diritti dei popoli, non seppe dare al continente, e al mondo, un assetto per quanto possibile giusto e pacifico. Ai vinti vennero imposte dure condizioni, spesso a scopo vendicativo e sotto la minaccia di continuare ad affamare la popolazione civile. Sulle rovine degli imperi sconfitti nacquero nuovi Stati, in cui si affermarono i nazionalismi più gretti, sorsero problemi insolubili e numerose guerre locali. Le decisioni prese in relazione alla Germania sconfitta, contornata da piccoli Stati con forti minoranze tedesche, contribuirono in maniera determinante alla salita al potere di Hitler. Il presidente Wilson, che volle rappresentare il proprio paese al tavolo delle trattative senza essere un diplomatico, né tantomeno possedere alcuna esperienza di negoziati internazionali, complicò ulteriormente la già ingarbugliata situazione postbellica, finalizzando la Conferenza di pace alla costituzione della Società delle Nazioni, alla quale gli stessi Stati Uniti non aderirono.Franco Cardini e Sergio Valzania ripercorrono in questo libro i fatti occorsi a Parigi in quell'anno fondamentale per la storia mondiale, le vicende che precedettero e seguirono la firma dei trattati di pace con i paesi sconfitti. La Conferenza di Parigi del 1919 per i suoi protagonisti - il presidente Woodrow Wilson e i primi ministri Lloyd George, Clemenceau e Orlando - fu l'occasione mancata di stabilire un giusto ordine internazionale. I quattro leader ebbero nelle loro mani il destino del mondo, un potere e una responsabilità mai avuti prima, ma costruirono una pace che non ha funzionato, una "pace mancata", uno dei fallimenti più importanti e decisivi del secolo scorso.
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L'invenzione di un continente. L'Europa dalla Lega di Delo alla Prussia di Bismarck
Mondadori, 08/07/2025
Abstract: E se oggi, anziché tentare di ricostruire l'Europa, la si dovesse reinventare? Per farlo è importante sapere quante volte, nel corso della storia, questo progetto è stato immaginato e rimodellato. Sapere dove e quando nasce l'idea di un continente unito da un destino comune. L'Europa, una delle aree più ricche e culturalmente vivaci del mondo, fatica a parlare con una voce sola, ad agire come soggetto autonomo in un mondo globale e competitivo. Eppure, l'idea di unità europea ha una storia lunga, complessa e costellata di tentativi, sogni e fallimenti. Franco Cardini e Sergio Valzania ripercorrono con rigore e chiarezza i momenti cruciali in cui si è cercato di arrivare a una coesione politica e culturale del continente. Si parte dalla Lega di Delo e dall'eredità della Grecia classica, si attraversano la stagione aurea dell'impero romano, la renovatio imperii di Carlo Magno e la visione universalistica di Carlo V, fino ad arrivare al progetto napoleonico e all'unificazione tedesca guidata da Bismarck. Ogni tentativo rivela tensioni, potenzialità, ma anche limiti e contraddizioni: differenze linguistiche, religiose e geopolitiche che hanno reso l'unità un obiettivo sempre sfuggente. Questo libro non racconta semplicemente ciò che è stato, ma interroga il presente attraverso il passato. I percorsi iniziati e interrotti, le ambizioni incompiute, le visioni sfumate nel tempo: tutto contribuisce a delineare i contorni di una possibilità ancora viva, di un'Europa che va reinventata come patria di cittadini liberi, e non solo come spazio condiviso. Un'indagine lucida che, animata da una forte passione civile, permette di comprendere come il sogno europeo si sia formato, e perché oggi più che mai valga la pena di tornare a interrogarlo.
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Sellerio Editore, 28/11/2012
Abstract: Salito al trono nel 1848 dopo la repressione dei moti liberali, fu l'espressione dell'autoritarismo monarchico che si opponeva all'affermazione delle nazionalità. Attraverso la vita dell'ultimo grande imperatore degli Absburgo, il tramonto di un'epoca e la fine di una dinastia.
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Sellerio Editore, 20/11/2012
Abstract: Luigi Carlo Napoleone Bonaparte non gode buona fama presso i posteri. Tutto cominciò con l'epiteto di "Napoleone il Piccolo", donatogli per i secoli futuri dal suo irriducibile nemico Victor Hugo. Il grande scrittore vedeva solo una farsa in quella seconda volta della storia che aveva portato il nipote a ripetere il Grande Zio nell'avventura di un Impero dei Francesi. La sua vita invece fu romantica, malgrado fosse corto di gamba e alquanto sgraziato nel corpo, e il suo percorso politico fu pieno d'energia, fin dai primi goffi tentativi golpisti della gioventù di ribelle dorato. Lo sospingeva, ben oltre le doti personali, 'l'ombre de l'Empereur', la gigantesca entità che la Restaurazione della Santa Alleanza era stata troppo povera cosa per cancellare in un colpo dalla storia di Francia.