Abstract: A un primo sguardo, molte delle più significative icone russe del XIV e XV secolo sembrano viziate da assurde incongruenze, violazioni inspiegabili del canone prospettico e della conseguente 'unità' della rappresentazione: edifici di cui vengono raffigurati insieme la facciata e i muri laterali; libri (i Vangeli) di cui si scorgono tre o addirittura tutte e quattro le coste; volti con "superfici del naso e di altre parti" che non dovrebbero vedersi; e, a sintesi di tutto, un policentrismo che fa coesistere "piani dorsali e frontali". Eppure, simili icone 'difettose' – fondate proprio sull'eresia di prospettive "rovesciate" – risultano infinitamente più creative ed espressive rispetto ad altre più corrette, ma inerti. Come mostra Pavel Florenskij in questa perorazione fiammeggiante – con un excursus storico che si estende dalle scenografie del teatro tragico greco ai vertici della pittura rinascimentale e oltre –, quelle violazioni, lungi dal dipendere da una " grossolana imperizia nel disegno", sono "estremamente premeditate e consapevoli". Di più: riassumono una ribellione, cognitiva prima che estetica, alla stessa egemonia della rappresentazione prospettica e alla sua presunzione di detenere "l'autentica "parola del mondo"". Ne deriva una sorta di invettiva, in cui il regesto delle carenze della prospettiva lineare e della visione del mondo che la presuppone si traduce, "a contrario", in quello dei caratteri richiesti dall'"arte pura": la sola che ci permetta di accedere – come le dorate "porte regali" dell'iconostasi – all'"essenza delle cose" e alla "verità dell'essere".
Titolo e contributi: La prospettiva rovesciata
Pubblicazione: Adelphi, 12/03/2020
EAN: 9788845934636
Data:12-03-2020
A un primo sguardo, molte delle più significative icone russe del XIV e XV secolo sembrano viziate da assurde incongruenze, violazioni inspiegabili del canone prospettico e della conseguente 'unità' della rappresentazione: edifici di cui vengono raffigurati insieme la facciata e i muri laterali; libri (i Vangeli) di cui si scorgono tre o addirittura tutte e quattro le coste; volti con "superfici del naso e di altre parti" che non dovrebbero vedersi; e, a sintesi di tutto, un policentrismo che fa coesistere "piani dorsali e frontali". Eppure, simili icone 'difettose' – fondate proprio sull'eresia di prospettive "rovesciate" – risultano infinitamente più creative ed espressive rispetto ad altre più corrette, ma inerti. Come mostra Pavel Florenskij in questa perorazione fiammeggiante – con un excursus storico che si estende dalle scenografie del teatro tragico greco ai vertici della pittura rinascimentale e oltre –, quelle violazioni, lungi dal dipendere da una " grossolana imperizia nel disegno", sono "estremamente premeditate e consapevoli". Di più: riassumono una ribellione, cognitiva prima che estetica, alla stessa egemonia della rappresentazione prospettica e alla sua presunzione di detenere "l'autentica "parola del mondo"". Ne deriva una sorta di invettiva, in cui il regesto delle carenze della prospettiva lineare e della visione del mondo che la presuppone si traduce, "a contrario", in quello dei caratteri richiesti dall'"arte pura": la sola che ci permetta di accedere – come le dorate "porte regali" dell'iconostasi – all'"essenza delle cose" e alla "verità dell'essere".
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