Quel che resta dell'architettura. Un progetto storico
Risorsa locale

Biraghi, Marco

Quel che resta dell'architettura. Un progetto storico

Abstract: È pura utopia al giorno d'oggi pensare a un'architettura libera dal mercato? Se la risposta affermativa a tale domanda risulta essere perfettamente scontata, ciò comporta quale sua necessaria conseguenza la rinuncia dell'architettura a ogni ambizione utopica? Una resa cioè a quell'"estetica del consenso" dietro cui, con assillante inquietudine, già Vittorio Gregotti intravedeva lo "spettro" delle tecnoscienze applicate? Sono questi solo alcuni degli interrogativi che i mutamenti del mondo attuale pongono a chi quei mutamenti dovrebbe attuarli: l'architetto. Ed è proprio il ruolo dell'architetto a dover essere rimesso in questione per cercare di comprendere "quel che resta dell'architettura" nella fase di pur apparente sviluppo (inarrestabile crescita urbana, incessante proliferazione degli edifici) che stiamo attraversando: ovvero, quali sono i suoi limiti, ma anche quali sono le sue reali possibilità. Per farlo occorre ripensare le stesse radici su cui l'essere architetto si fonda, il senso originario dell'arché che sta nel suo nome. Ma anche ripensare la rilevanza strategica che può avere tornare a dotare l'architettura di una mitologia di fronte alla prospettiva futura della sua riduzione a una semplice "tecnica" gestita dall'intelligenza artificiale. Conseguendo cosí qualcosa di piú che un oggetto "bello" o "idoneo allo scopo"; piuttosto, la manifestazione-incarnazione di un possibile necessario, come direbbe ancora Gregotti, ossia un "frammento di verità".


Titolo e contributi: Quel che resta dell'architettura. Un progetto storico

Pubblicazione: EINAUDI, 11/11/2025

EAN: 9788806271107

Data:11-11-2025

Nota:
  • Lingua: italiano
  • Formato: EPUB con DRM Adobe

Nomi:

Dati generali (100)
  • Tipo di data: data di dettaglio
  • Data di pubblicazione: 11-11-2025

È pura utopia al giorno d'oggi pensare a un'architettura libera dal mercato? Se la risposta affermativa a tale domanda risulta essere perfettamente scontata, ciò comporta quale sua necessaria conseguenza la rinuncia dell'architettura a ogni ambizione utopica? Una resa cioè a quell'"estetica del consenso" dietro cui, con assillante inquietudine, già Vittorio Gregotti intravedeva lo "spettro" delle tecnoscienze applicate? Sono questi solo alcuni degli interrogativi che i mutamenti del mondo attuale pongono a chi quei mutamenti dovrebbe attuarli: l'architetto. Ed è proprio il ruolo dell'architetto a dover essere rimesso in questione per cercare di comprendere "quel che resta dell'architettura" nella fase di pur apparente sviluppo (inarrestabile crescita urbana, incessante proliferazione degli edifici) che stiamo attraversando: ovvero, quali sono i suoi limiti, ma anche quali sono le sue reali possibilità. Per farlo occorre ripensare le stesse radici su cui l'essere architetto si fonda, il senso originario dell'arché che sta nel suo nome. Ma anche ripensare la rilevanza strategica che può avere tornare a dotare l'architettura di una mitologia di fronte alla prospettiva futura della sua riduzione a una semplice "tecnica" gestita dall'intelligenza artificiale. Conseguendo cosí qualcosa di piú che un oggetto "bello" o "idoneo allo scopo"; piuttosto, la manifestazione-incarnazione di un possibile necessario, come direbbe ancora Gregotti, ossia un "frammento di verità".

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