Libri 13.-15. / Ovidio ; a cura di Philip Hardie ; testo critico basato sull'edizione oxoniense di Richard Tarrant ; traduzione di Gioachino Chiarini
Libri Moderni

Ovidius Naso, Publius <43 a.C.-18 d.C.>

Libri 13.-15. / Ovidio ; a cura di Philip Hardie ; testo critico basato sull'edizione oxoniense di Richard Tarrant ; traduzione di Gioachino Chiarini

Abstract: Da Troia a Roma, da Achille a Ulisse a Enea: e poi a Romolo, Numa Pompilio, Giulio Cesare, Augusto. Ovidio sceglie di terminare le Metamorfosi con afflato epico, combinando Iliade, Odissea ed Eneide in un unico straordinario amalgama. Ma non dimentica l’ispirazione centrale del suo poema, il divenire. Ne è esempio mirabile, fra tanti, la metamorfosi di Glauco che, respinto da Scilla, si getta in mare dopo aver gustato l’erba miracolosa diventando un dio, nel «trasumanar» che giungerà sino a Dante. Lo dice Pitagora, colui che, in esilio come sarà Ovidio, ha spiegato «i principi / dell’universo, le cause delle cose, e che cos’è la natura»: omnia mutatur, nihil interrì, «tutto muta, nulla muore»; cuncta fluunt, omnisque uagans formatur imago, «tutto scorre, e ogni immagine si forma nel movimento». Lo spirito è errabondo, passa dagli animali agli uomini e dagli uomini agli animali: «come la duttile cera si plasma in nuove figure, / e non rimane com’era, né mantiene la stessa forma, / ma pur sempre è la stessa, così ... l’anima rimane / sempre la stessa, ma trasmigra in varie figure». Scorre anche il tempo, con moto incessante, «non diversamente da un fiume»: come testimoniano le notti, che passano «muovendo verso la luce», e il colore del cielo, che non è «lo stesso quando ogni cosa, spossata, / è sprofondata nel sonno, e quando Lucifero splendente compare / col suo bianco cavallo». Con Pitagora, Ovidio ritorna, alla fine del poema, alla poesia cosmogonica che lo aveva aperto: si riallaccia, come fa notare Philip Hardie nel suo splendido commento, a una tradizione che da Empedocle discende a Ennio, Lucrezio e Virgilio. Con lui, l’eroe della sapienza, Ovidio canta, in perfetta simmetria con il canto di Calliope nel Libro V e quello di Orfeo nel Libro X, «grandi cose ... rimaste a lungo un mistero». Pitagora, però, è prefigurazione di Ovidio stesso: dopo la trasformazione in stelle di Cesare e di Augusto, le Metamorfosi terminano con l’apoteosi del poeta, che dopo la morte trasporterà sé stesso «più in alto delle stelle»: «Ho ormai compiuto un’opera» scrive «che non potranno cancellare / né l’ira di Giove, né il fuoco, né il ferro, né il tempo divoratore / ... e per tutti i secoli, grazie alla fama, / se c’è qualcosa di vero nelle profezie dei poeti, vivrò».


Titolo e contributi: Libri 13.-15. / Ovidio ; a cura di Philip Hardie ; testo critico basato sull'edizione oxoniense di Richard Tarrant ; traduzione di Gioachino Chiarini

Pubblicazione: [Milano] : Fondazione Lorenzo Valla ; [Milano] : A. Mondadori, 2015

Descrizione fisica: LXI, 717 p. ; ; 21 cm

Serie: Scrittori greci e latini

ISBN: 9788804651628

Data:2015

Lingua: (lingua del testo, colonna sonora, ecc.)

Nota:
  • Tit. orig.: Metamorphoseon
  • Testo orig. con traduzione italiana a fronte
  • Metamorfosi / Ovidio. - [Milano] : Fondazione Lorenzo Valla ; [Milano] : A. Mondadori, 2005-2015 - v. - V. 6 -

Nomi:

Classi: 871 Poesia latina (22)

Dati generali (100)
  • Tipo di data: monografia edita in un solo anno
  • Data di pubblicazione: 2015

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