Abstract: Winckelmann considera l'imitazione del modello greco come unico mezzo per ottenere lo stesso bello ottenuto dai classici. Infatti i processi genetici del bello propri della Grecia sono nel mondo moderno impossibili: lì gli artisti studiavano le proporzioni e i movimenti del corpo umano, corpo umano di bellezza introvabile al giorno d'oggi. La cultura greca stessa come sappiamo dava molta importanza all'esercizio fisico, in virtù della valenza tanto estetica quanto etica della bellezza. In Grecia il Bello era colto attraverso lo studio e l'imitazione della natura. Eppure, non per questo dobbiamo pensare che l'artista greco si limitasse a copiare quanto vedeva. Winckelmann ci dice che la frequente osservazione di tale natura spinse gli artisti a ulteriori ricerche, che culminarono con la formulazione di canoni «tanto delle singole parti quanto delle intere proporzioni dei corpi». Tali canoni non fanno riferimento a un prototipo, ma trascendono verso una natura spirituale, concepita solo intellettualmente. Questa natura ideale del bello ovviamente si risolve in un vero e proprio canone formale, che interessa tanto i lineamenti della fronte e del naso quanto le pieghe del corpo. A tal proposito Winckelmann porta l'esempio dell'Antinoo «Admirando» del Belvedere come apice della rappresentazione del bello umano, e dell'Apollo del Belvedere per il bello divino: entrambe le statue sono dunque modello da imitare per l'artista moderno che voglia arrivare al «bello perfetto», alle «forme sublimi».
Titolo e contributi: Il bello nell'arte : scritti sull'arte antica / Johann J. Winckelmann ; a cura di Federico Pfister
2. ed
Pubblicazione: Torino : Einaudi, 1943
Descrizione fisica: XVIII, 164 p., [8] carte di tav. : ill. ; 19 cm
Data:1943
Lingua: Italiano (lingua del testo, colonna sonora, ecc.), Italiano (lingua dell'opera originale)
Paese: Italia
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